Nel maggio del 1937 sospeso in faccia ad Alcatraz, a gambe aperte sulla San Francisco Bay, veniva inaugurato il Golden Gate Bridge e con lui pure quelle nuvole che sanno di panna e che non abbandonano mai le due estremità del ponte, come fossero calzini spumosi di lana. C’è umido nei dintorni del Golden Gate Bridge, tira sempre un sacco di vento, a qualunque stagione, e anzi si potrebbe dire che tutte le stagioni giocano al giro di chiglia vorticosamente intorno al parco del Presidium. Inverno, primavera, estate, autunno si sfidano in velocità a raggiungere Sausalito e vedere chi riesce a tornare indietro prima.

Pochi mesi dopo l’apertura delle corsie sospese su quello specchio di oceano Harol Wobber decise di farla finita in modo spettacolare. Non solo suicidandosi da uno degli scenari più affascinanti dell’era moderna a contrasto con la natura selvaggia, ma facendolo per primo. Il primo suicida della storia a buttarsi dal Golden Gate Bridge. Sessantacinque miglia orarie prima di un impatto che avrebbe fatto esplodere i suoi organi interni come una bomba. Chissà se se lo sarebbe aspettato. Perché io penso invece che una morte del genere venga scelta soprattutto persuasi dalla prospettiva di un abbraccio possibile fatto di ovatta e panna. Sparire così, inghiottiti dalle nuvole bianche, cumuli di silenzio che mettono a tacere i pensieri. Questo deve aver immaginato il signor Wobber, e con lui tutti gli altri duemilaseicento stanchi della vita che lo hanno seguito fino a oggi.

Foggy_Golden_Gate

Apprendo di recente che hanno deliberato la costruzione di barriere anti-suicidio lungo il passaggio pedonale del ponte. Come se quelle barriere avessero il potere di arginare non solo corpi in caduta libera, ma anche tutta la loro profonda tristezza. Chi vorrà farla finita ci proverà lo stesso, rinunciando allo scenario maestoso dell’ultimo atto, magari accontentandosi di uno sfondo mediocre, un parato ammuffito, pillole sul pavimento, la testa che lievemente si reclina. Il desiderio di porre fine al dolore con un gesto estremo non è nato di certo nel 1937. Piuttosto mi immagino questo signore, il numero duemilaseicentouno. La moglie lo ha mollato, la società è piena di debiti, il figlio non gli parla. Nessuna barriera a impedirgli il salto, però magari proprio mentre sta sul punto di buttarsi arriva questo passante un po’ cartone animato e un po’ clown che attira l’attenzione dell’aspirante suicida. E’ vestito troppo strano per non essere notato, indossa una salopette gialla, ha dei folti baffi neri che sembrano finti. E inizia a parlare e gli chiede -magari- come vanno le cose, che sì, anche a lui potrebbero andare meglio, che però guarda qui che vista da paura.

E poi tornano via insieme, così, per quel miglio e mezzo che li separa dall’altra sponda, a Sausalito, dove comincia la 101. Lui gli passa il telefono, l’uomo buffo, gli dice prendi pure, chiama a casa. Nel frattempo io ti porto dietro a Big Sur, ci facciamo un bagno, ti rinfreschi le idee e vedrai che le cose si aggiustano. A sera mettono su un film dei fratelli Marx e l’uomo buffo dice: vedi? Perfino durante la Guerra la gente riusciva a trovare il tempo di ridere. E tu chi ti credi di essere? Uno speciale? Fosse stato il 1937.

E duemilaseicentouno pensa è vero, hai ragione. E allora diventa solo uno, senza duemilaseicento: l’unico ad aver percorso certi passi, andata e ritorno, senza buttarsi, finendo poi a Big Sur in compagnia di uno strano personaggio, a parlare della vita davanti a un film dei fratelli Marx.

Alla facoltà del Male di Vivere ancora nessun ingegnere ha imparato ancora a progettare le infrastrutture di cui realmente l’uomo ha bisogno.

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Mi piacerebbe essere una di quelle ragazze con gli occhi giganti anche senza trucco. Una di quelle che sanno starsene in un angolo, non dicono nulla, ma in silenzio spostano il ciuffo di capelli che copre loro il viso. Una di quelle ragazze con le dita sottili, che arrotolano una sigaretta di tabacco anche mentre camminano, così, senza guardare (occhi grandi altrove, persi, ma immensi). Quella ragazza non sono, io non sono. Eppure.

Una di quelle sottili e fragili signorine di vetro, con la parola dolce sempre, con un libro francese in tasca e una foto in bianco e nero di qualche poeta degli anni Sessanta sul diario di facebook.

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Ma io non sono quella dei baci furtivi, non quella delle citazioni nascoste dietro una polaroid scattata alle cinque del mattino. Io sono la bottiglia di birra di supermercato comprata- forse rubata- al negozio del pakistano nei pressi di San Paolo, a un certo punto, quando è distratto da una scena madre di un musical made in Bollywood. Sono la corsa per l’ultimo autobus che puntualmente perdi. La pacca sulla spalla, non il gesto sexy, non il sussurro, ma le grida. L’imprecazione gratuita quando qualcosa t’indigna. Con me puoi stare sul divano in pigiama, e forse non morirò di dolore se mi tratterai male. Forse io ti tratterò peggio. O forse semplicemente farò finta di niente, finta di niente, aprirò un’altra birra, ti farò ridere ancora, perché non sono una ragazza con gli occhi giganti, non di quelle fragili e dolci che ricorderai per sempre come l’amore della tua vita. Ma una parentesi graffa, di quelle che apri in superficie. Leziose e non profonde. Le disegni quando parli al telefono, così, senza pensarci troppo. E poi ti accorgi che ti torno in mente. Ma dura un attimo.

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Schermata 03-2456724 alle 13.09.31I blogger li stimo, è un universo che mi piace. A differenza dei giornalisti non devono per forza puntare sulle breaking news per sputare sentenze, ma riescono a ricamare piacevoli chiacchierate anche attorno al nulla. Il semplice gusto della chiacchiera da salotto, ingiustificata, riempitiva, buttata lì nella pura estetica della conversazione (arte difficilissima e spesso sottovalutata) i blogger lo coltivano e lo preservano dalla barbarie del mondo esterno: quello esterno alla cameretta, alle finestre word, al flusso della scrollata wordpress. Il linguaggio dei blogger, quando non sono giornalisti, preserva l’aspetto estetico rispetto a quello informativo, non è funzionale, a volte è inutile e riesce facilmente a veicolare la riflessione verso la sponda dei massimi sistemi. Esercizi di stile, ma non solo. Parlare dei massimi sistemi fa bene, altrimenti ci si dimentica della loro esistenza. In questo credo fermamente.

 Nonostante tale premessa, non raramente capita di incontrare la banalità del male scritta nero su bianco sottoforma di post. Mi è successo stamattina, appena sveglia. Si tratta di un orario pericoloso perché dopo la rassegna stampa quotidiana di quotidiani, mi vorrei concedere un dessert un po’ spumoso, rilassante ma ricco di spunti. Invece certe volte sono costretta a indignarmi per la dozzinale retorica di certe opinioni che vengono sciorinate da signorine che pensano che aprire un blog e parlare d’amore le trasformi automaticamente in Carrie Bradshaw o Hannah Banana. Ciao ragazze, no, non funziona così. Procuratevi un paio di genitori che fanno status, un gatto, un profilo instagram riempito di frasi di filosofi e poi se ne può riparlare.

Schermata 03-2456724 alle 13.05.25Per esempio tu, Brianna Wiest. Bel faccino nascosto sotto sette strati di fondotinta e quindici filtri photoshop. Tu che mi scegli questo topic del Come persone che una volta si sono amate tornano a diventare completi estranei.  Brianna cara, sei stata lasciata di recente. O magari hai lasciato qualcuno di recente. Ora sei single e tutti quei filtri photoshop non possono aiutarti a rimorchiare nella vita reale. Lo so, brutta storia. Dopo una relazione importante, passato il periodo di estasi del Sono-single-per-scelta arriva la fase mi-sento-maledettamente-sola e di-cosa-si-parla-se-non-si-parla-d’amore. Quindi si entra nella spirale che io chiamo Alta Fedeltà, nell’ambito della quale cominci a scorrere la lista dei nomi archiviati come Ex-Files e ti rendi conto che attualmente, a parte quello che ha smesso di puntare alle signorine per fare la signorina,  nessuno di loro è rimasto tuo amico. Perfetti sconosciuti. Nessuna consegna speciale di flirt riscaltato da portare a casa nelle sere più buie. Quindi hai scritto questo post rimpolpandolo di luoghi comuni romantici, che sono il peggior botulino a basso prezzo che puoi trovare per gonfiare le chiacchiere da salotto.

  •  It’s interesting to think about how we make people who used to be everything into nothing again.

 Interessante pensare a come persone che prima per noi erano tutto adesso diventano nulla. Ok, questa è la tesi.

  •  When our lives revolve around someone, they don’t just stop revolving around them even if all that’s left is the grief and pain that comes with their memory.

 Una volta che nella vita ci siamo legati a qualcuno non smettiamo mai di restare legati a quella persona anche solo per il dolore che comporta il ricordo della rottura. 

Patetico.

Questo è darla vinta alle persone che ci hanno fatto del male. Piuttosto, gloriosamente, andrebbe pensata così: siamo reduci, siamo sopravvissuti a una guerra che abbiamo perso, con qualche ferita, ok,  ma guarda che diavolo di addominali pazzeschi mi sono venuti fuori a forza di strisciare sul suolo delle foreste del Vietnam.

  •  I want to believe that you either love someone, in some way, forever, or you never really loved them at all.

 Terribile, questa è la parte peggiore. Una volta che hai amato qualcuno continuerai ad amarlo per sempre.

Ma perché ho trovato questo post sulla mia home di facebook? Perché ho tra i contatti una persona che posta questo genere di cose e suscita pure dei like compiaciuti? No. No. Non fa bene sostenere questo patetismo atroce che condanna la gente al ripiegamento fallimentare su relazioni fallimentari. Io dico una cosa: se una relazione finisce male (si presuppone, se si è tornati a essere estranei) io non amerò mai una persona che mi ha deluso. Dalla delusione non si torna indietro. La stima corrotta riesce a rendere scarsamente sexy anche l’uomo ideale. Quindi no: l’amore non è un contratto a tempo indeterminato, ma un sacco a progetto.

  •  We are all just waiting for another universe to collide with ours, to change what we can’t ourselves. To fill us, to make us whole.

 Aspettiamo solo che un altro universo collida col nostro per renderci completi.

Mio dio. A questa frase ho cancellato il contatto che ha postato questo articolo. Neanche nei biglietti dei Baci Perugina nell’edizione limitata scritta da Federico Moccia si arriva a tale punto di banalità. Frasifattismo. Ma proprio fatto di MdMa.

tc-store La mia personale idea dell’amore forse non farà mai soldi per questo motivo, ma quantomeno preserva la dignità di tutti gli esseri umani: non si tratta di completezza, io non amo qualcuno per sentirmi completa. Per sentirmi completa io studio, mi informo, leggo, lavoro per rendermi una persona migliore. Io amo una persona in modo assolutamente non finalizzato, perché rende meravigliose le mie giornate, perché giustifica i miei gesti, perché li significhi ulteriormente. L’amore potenzia in modo meraviglioso, ma non completa. Chi sostiene il contrario è solo pigro.

Comunque sia mi dispiace per Brianna. Sarei proprio curiosa di conoscerla. Più che altro perché ha scritto un libro che si chiama The Truth about everything con una copertina che mi ricorda la sigla di chiusura di Quando si ama. Vorrei proprio saperla, questa verità. Su tutto.  Elvis è davvero ancora vivo? E l’allunaggio era una bufala girata a Hollywood? Che ne dici dell’Area 51? Ma soprattutto, Dio esiste?

Distinti saluti.

Da oggi farò più attenzione ai contatti che mi metto in casa.

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belle-epoque-patisserieCaro Sconosciuto.

È la terza volta che ti incontro e mi pare che questo sia sufficiente a instaurare una certa confidenza tra di noi. Oltretutto –ma ti sei visto?- indossi sempre gli stessi pantaloni beige un po’ larghi che dicono di te: non mi interesso alle mode, voglio solo essere sofisticato.
Caro Sconosciuto, è la terza volta che ti incontro e la terza che ti vedo addosso quei pantaloni. Ok, l’eleganza, ma facciamo che la prossima volta magari ci incrociamo per caso in una lavanderia, e non al bar. Comunque.
Non è questo che mi premeva di dirti.
Il fatto è logistico.
Per fortuna, finchè continuiamo a uscire Insieme Da Soli e tu te ne stai innocuo in un angolo, portatore sano di pantaloni beige, e io nel mio, con il mio copriorecchie leopardato, ecco, non correrò il rischio di subire le conseguenze dei tuoi gusti in fatto di outfit. Ma è proprio questo il fatto: i posti a sedere. Abbiamo puntato entrambi questo Caffè. No, nessun problema. Evidente che –nonostante tutto- sei uno sveglio. Tra Stock Newington e Green Lane, prima di tutte le stradine che a est sfociano su Dalston, Newington Green è lo spazio più grazioso che si può incrociare, e in particolare questa brasserie francese ha un profumo che ti chiama dentro in modo irresistibile. Come posso biasimarti? Quindi passi pure che abbiamo scelto lo stesso posto per piazzarci.
“Piazzarsi”. Ecco. Chissà se usi anche tu questa parola.
Entrare in un bar con il portatile e un quadernino, poi un libro, che mi va a fare atmosfera. Sistemare tutto sulla superficie piana del tavolo e prenderne possesso. Io lo chiamo “piazzarsi” e sono certa che anche tu sia consapevole del fatto che tutta questa serie di gesti costituisca un unicum, un rituale a sé. Che poi mi chiedo pure- ti capita?- mi chiedo se abbia senso uscire di casa, prendere freddo, spendere soldi (soprattutto quando non sono mai abbastanza) e recarsi al bar per fare sostanzialmente quello che si potrebbe fare gratis a casa propria. Ecco, caro mio, io ci ho provato a darmi delle risposte:

  • perché spendere soldi mi piace, mi fa sentire bene e anche se si tratta di pochi pound per un caffè americano io provo una grande gioia nel sapere che quella tazza di uso pubblico mi appartiene fino a che l’ultimo sorso non ci separi;
  • mi piace acquistare l’affetto delle cameriere che suonano un po’ come un’amica che ti dice vieni ti aspetto per un caffè. Loro sono programmate per elargire quella porzione d’affetto. Non è bellissimo?
  • nei giorni in cui non lavoro o non seguo lezioni ecco che andarmi a piazzare diventa attività fondamentale per stimolare l’atto del dismettere il pigiama e non dico truccarsi ma almeno struccarsi dalla sera prima;
  • scrivere. Amo scrivere nei bar. Soprattutto qui in Inghilterra. E ti dirò di più: Newington Green è perfetto, perché non ci sono turisti, non c’è rischio di captare conversazioni nella mia lingua madre e di conseguenza posso osservare senza essere catturata troppo in profondità dai discorsi.

Ora, mio caro Sconosciuto. Tre volte che t’incontro, tre volte che ti vai a piazzare nel posto che avrei voluto mio. Quello nell’angolo accanto alla finestra. Cosa credi, che non l’ho notato che da lì la visuale è migliore? Che da lì puoi startene discreto nella tua indiscrezione senza essere troppo d’impaccio agli avventori? Agli amanti? Ai primi appuntamenti che riconosci perché sono un po’in tiro ma comunque casual (in genere lui indossa calzini estrosi, nulla più di questo)?

foto-3Certo che lo sai. Non può esserti sfuggito. Perché scegliere quell’angolo antrimenti?
E poi c’è un’altra faccenda. Che da quando t’incontro non riesco più a scrivere le mie cose. Quel racconto ambientato al Museo di Storia Naturale? Lasciato a metà.
Speculavo sul tuo orientamento sessuale, perdonami. Ma ho visto al tuo fianco una grande borsa di pelle che si è poi rivelata essere una tracolla All Star, e allora non so, davvero, questo elemento ha generato confusione.
E quel racconto sui furti di limoncello a opera di un sodalizio nonna-nipote? Nulla. Arenato. Un bene, dici? Mah. La colpa è stata in ogni caso tua, che proprio nel bel mezzo hai deciso di aprire il tuo Air Mac tredici pollici e hai preso forsennatamente a scrivere. Così. Come non ci fosse un domani. Non ho potuto esimermi dal domandarmi di cosa mai maledizione tu stessi scrivendo. O di chi. Di chi soprattutto. Perché figurati, credi che non lo sappia? In un posto come questo , in una brasserie francese, ci si rifiugia soprattutto per scrivere di qualcuno, raramente di qualcosa.

E allora ho cercato di captare la direzione del tuo sguardo, un’espressione sul volto, un indizio da cui carpire il soggetto di quel febbrile battere sulla tastiera.

Infine, caro mio, tu mi irriti pure per questo. Che scrivi. Stai lì, piazzato, e scrivi.
Cos’è? Un romanzo? Ma lo finisci? E a che punto sei?
No, perché io, sai, sono mesi che sono ferma allo stesso punto e poi ricomincio da capo e volevo chiederti allora, giusto così, come fai, se puoi fornirmi qualche trucco, qualche piccola tecnica che aiuti a far fluire…
No. No, basta. Devi andartene.

E se dovessimo finire ciascuno il suo romanzo e dichiarare: sì, che andavo sempre in quella brasserie francese.

Chi avrebbe copiato chi, allora? Chi sarebbe di noi l’artista, chi l’epigone? Chi la copertina in brossura, chi la pubblicazione in tascabile economico in carta riciclata?

Questo non posso permetterlo, caro Sconosciuto. Credo sia ora che tu ti alzi da quella sedia per non tornare più qui dentro. Questo posto è troppo piccolo per tollerare due tavoli occupati da due singoli con rispettivi computer. Soprattutto in orario di pranzo.

foto-4Ecco, lo vedi? Ecco che entra una famiglia. Madre padre e due gemelli con passeggino doppio. C’è un tavolo libero, è l’ultimo. Giovanissimi, devono essersi sposati presto. Lei è rimasta incinta durante la convivenza ma comunque era tutto previsto, tanto che al matrimonio avevano già pensato da tempo. Si sono sposati in Irlanda. Lei è cattolica, metà francese metà irlandese, si vede dai riccioli rossi che tiene legati in una coda.
Ma… che fai? Li osservi? La coppia è mia. Non azzardarti a rubarmela. Che già me lo immagino il tuo romanzo. Un poliziesco lento e introspettivo con lunghe scene di sesso perché il tuo editore ci tiene molto alle classifiche di vendita. NO. LASCIAMI LA COPPIA. Se proprio vuoi ti concedo il vecchio al centro della sala, quello piegato sul giornale alla pagina delle parole crociate. Ho già scritto di qualcuno simile una volta. Quello puoi prenderlo. Poi fai tu.
Io, per esempio, ce lo vedo bene come informatore. Assassino sarebbe troppo banale: l’enigmistica, il sadismo, l’attenuante dell’età avanzata. Dimenticavo però del tuo editore, roba che vende e tutto il resto, dimenticavo, mio caro scrittore commerciale.
Vai, fai pure. Fatti i soldi sulla povera gente con la passione per le parole crociate. Magari è la volta buona che ti decidi a cambiare aria e optare per il Caffè dall’altra parte della piazza. Lì l’English Breakfast è un po’ più costoso ma è ottimo e sulla lavagnetta all’ingresso c’è anche scritto che hanno il wi-fi.
Ma chi sto prendendo in giro. Questa postazione è perfetta. Lo sai benissimo, e il tuo romanzo pure lo sa.

Dovrei fare in modo di scoprire cosa stai scrivendo. Mi farebbe stare meglio.
E adesso che fai? Ti alzi? Vai in bagno.
Fuori si è quasi fatto buio e noi siamo qui piazzati da quattro ore circa.
Ecco che mentre sto pensando di andare via (decisione incoraggiata dalla terza volta che dall’interfono si diffonde Across the Universe) arriva un altro signore anziano che si siede un po’ a fatica sul divano che fa angolo con la parete, nella saletta interna. Lo sento scambiare due parole con la cameriera che gli dice allora? Cosa desidera?
Non desidero più niente, tesoro, dice lui. Gentilissimo, soave. Ormai non mi resta che soffrire.
La signorina sorride, gli porta una bottiglina di cocacola e lui la inizia a bere e trema tutto, con l’anello d’oro che tintinna contro il vetro, così.
Mi viene un po’ da piangere, vorrei abbracciarlo, vorrei sentire da lui una di quelle storie color seppia, Radio London, bombardamenti e cose di questo genere. Non posso andare via adesso. E se lo facessi tu? Se mi rubassi tu le battute che l’uomo ha appena pronunciato, mentre io ti credevo al bagno e invece eri solo in fila nell’attesa che la toilette si liberasse?
Non oso immaginare le accuse di plagio, le querele, le fazioni. Non oso.

Continua.

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impiccatoIl professore attraversa la stanza in lunghezza. Arriva a sedersi sul davanzale della finestra. Indossa un gilet di lana che ci fa sembrare in uno di quei film americani ambientati in un campus universitario, qualcosa del tipo l’Attimo fuggente, dove l’insegnante anticonformista organizza lezioni all’aperto, sfonda la barriera di diffidenza del ragazzo ribelle all’ultimo banco, insegna all’insicuro come combattere la sua insicurezza, ma per poco non riesce a impedire al rampollo ricco oppresso dalla famiglia di scegliere la strada del suicidio. Il professore fa solo quattro passi (la stanza è piccola), si siede al davanzale con il suo gilet di lana e scruta sopra le nostre teste in attesa che qualcuno trovi il coraggio di formulare una risposta.

Parliamo di generazioni, aveva detto all’inizio dell’ora di letteratura. Sapete dirmi qualcosa sulla vostra?

Le ragazze francesi si erano strette a gruppo, sussurrandosi cose nascoste dietro i loro laptop. La ragazza inglese, da sola, nell’angolo, con le gambe raggomitolate in modo scomposto sulla sedia, continuava a masticare la sua chewingum a bocca aperta. Il resto della classe si impegnava nella rispettiva interpretazione etnica del Gesto Ufficiale Di Chi Cerca Di Ricordare Qualcosa.

Hayley, dice il professore. Caso vocativo. Interpella la ragazza inglese. Mi chiedo come da un reality show di bellezze suburbane prive di classe questa giovane sia finita a frequentare una lezione di letteratura. Hayley, dimmi un aggettivo che potrebbe rappresentare te e i tuoi coetanei.

Hayley ripassa un altro paio di volte la gomma da masticare tra i denti. Poi lo dice: indipendenti. Lo ha detto alzando il mento, così, un po’ sfacciata. Come a illustrare la parola nell’atto stesso di pronunciarla.

Non ci vuole molto a capire che non le importa proprio nulla dei suoi coetanei. Che sta parlando di se stessa. Siamo indipendenti, dice, viaggiamo da soli, sappiamo badare a noi stessi. Non ci poniamo barriere o limiti. Non ci interessano i legami.

Hayley parla di se stessa e ne va fiera. Indipendenti quindi.

Sarà. Penso.

E tu, Clemence? Chiede il professore.

Clemence è la portavoce delle ragazze francesi. Si assomigliano tutte: sono esili, alte, i capelli neri e lunghi fanno da sipario al viso pallido. Si assomigliano tutte ma tutte somigliano a lei in particolare.

Stanchi. Questa è la sua risposta.

E non posso che trovarmi d’accordo, nonostante tutto. Nonostante l’innata antipatia che da sempre mi sono trovata a nutrire per le graziose e leggiadre signorine di Parigi.

Sì, sì, ma senza dubbio. Perché sono carine e quant’altro. Perché sono affascinanti anche solo con un paio di sneakers, una tuta e i capelli spettinati, la mattina, quando scendono a comprare il pane nelle loro boulangerie sotto casa. Ma qui siamo a Londra, signorine. English Breakfast. Alle uova non importa delle vostre tutine rubate all’ex fidanzato.

Penso a questo quando la voce dal davanzale pronuncia il mio nome.

Un aggettivo per la mia generazione. Sono distratta. O forse ancora troppo concentrata su quello “stanchi” pronunciato dalle francesi. Eppure sono d’accordo.

Stanchi. Esausti. Le ragazze questa volta hanno ragione. Italia-Francia strette in blocco contro Regno Unito. Partita giocata fuori casa.

È per questo, forse, che siamo tutte qui.

Qualcuno tira fuori la parola Generazione Y. Il professore non l’ha mai sentita nominare. Con un salto scende dal davanzale e torna a passeggiare per la classe.

Ne avevo sentito parlare una volta. L’avevo letto su un blog, un giorno dell’Anno Peggiore Della Mia Vita Fin’ora e ne avevo tratto conforto in un primo momento. Poi era subentrata la disperazione. Disperati, anche. Ecco cosa avrei potuto rispondere. Ma troppo tardi.

La Generazione Y, diceva l’articolo, era quella successiva alla Generazione X, cresciuta coi Nirvana e testimone della caduta del Muro. Appartengono alla Generazione Y i nati tra l’inizio degli ottanta e l’inizio dei duemila. Noi siamo quelli che a stento ricordano il 56k, per dirne una. Quelli della musica gratis in mp3, dei social network, delle chat a notte fonda coi compagni di classe, del pop di Mtv, i videoclip patinati da milioni di dollari. Per dirne altre.Noi della Generazione Y siamo anche profondamente depressi. L’articolo parlava di questa Lucy, una signorina disegnata con cinque trattini neri e un cerchio, come nel gioco dell’impiccato. Lucy è una signorina standard, nell’articolo. La sua infelicità è un’infelicità standard, comune a tutti gli omini a cinque trattini e un cerchio, che poi saremmo noi. Il giornalista commenta che è normale, perfino pleonastico, dichiararne l’infelicità di fondo. Del resto cos’è la felicità se non il risultato di un’equazione?

FELICITA’= REALTA’-ASPETTATIVE

E quando il risultato è negativo, le conseguenze sono inevitabili. La scelta di disegnare Lucy come un personaggino del gioco dell’impiccato tutto un tratto non mi pare poi così casuale.

Racconto questa cosa alla classe. Così, per vedere se si trovano d’accordo.

Nell’articolo di quel blog c’era anche un altro disegno. Anzi due. Un prato verde e un prato verde con i fiori. Il primo era quello dei nostri genitori, che si sono accontentati di raggiungere realisticamente degli obiettivi pratici. Il secondo, quello colorato, spaccone, ricco di fiori esotici –neanche margheritine- ecco, quello è il nostro prato Y. Quello che ci hanno spinto a credere che avremmo potuto ottenere senza fare i conti con la mancanza di concime, le condizioni climatiche, il surriscaldamento del globo e cose di questo tipo.

-Ci hanno detto che ciascuno di noi era speciale, che avrebbe fatto grandi cose. Scoprire di essere normali, esattamente come gli altri, se non mediocri, ci ha distrutto.- ho detto.

Il professore dice interessante, chiede agli altri se sono d’accordo e la nuvola delle ragazze francesi emette un fremito che resta sospeso nell’aria dalla loro parte della stanza.

- Non è così,- dice Clemence. E racconta di questo progetto in cui ha lavorato nella sua splendida università parigina con boulangerie a ogni angolo di strada e profumo chanel n.5 nei bagni pubblici. Che la Y indica il cromosoma della donna e quindi per Generazione Y si intende quella generazione in cui finalmente il genere femminile riesce ad essere influente nei confronti della società.

Evito di replicare. Cerco di mandare giù quello stereotipo che vuole i francesi tutti vestiti in dolcevita nero, libretto rosso in tasca, citazioni di Sartre e Deleuze incastrate tra la lingua e denti. Pensa ciò che vuoi, cara parigina fascinosa. Illuditi pure di essere venuta a Londra per affermare il tuo cromosoma come fossimo ancora negli anni Settanta. Te ne prego. Quello che vedo in controluce, attraverso i nostri corpi, è solo uno scheletro disegnato a tratto incerto che tanto mi ricorda il gioco dell’impiccato. Uguale per tutti, maschi e femmine.

Bullshit, dice la ragazza inglese nella sala, interrompendo il nostro confronto un po’ saccente e tanto europeo. Mastica la gomma ancora più rumorosamente, a segnare il territorio. Noi possiamo fare tutto. Ma in che mondo vivete?

Inghilterra vs. Asse Italia-Francia: 1-0.

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Poi un giorno mi è arrivata questa busta targata ROYAL MAIL. Era un po’ che pensavo alla Regina, da quando ho messo piede in Inghilterra. La sensazione  che ti osservi, che se ne stia lì al davanzale di una delle tante finestre di Buckingham Palace e aspetti di vedere come te la caverai. Era un po’ che pensavo anche che sotto sotto la Regina ci vuole bene, a noi fragili, spaesati e un po’ impacciati giovani che arrancano i primi passi nel suo regno. O regina reginella, quanti passi devo fare per arrivare al tuo castello con la fede e con l’anello?

Sette passi da leone, dice la Regina, mentre guarda i barboncini saltellare sul pavimento di uno dei suoi salotti. E allora tocca a noi, che siamo arrivati come piccoli passeri infreddoliti e per fare anche un solo passo da leone chissà quanto ci metteremo.

Ma la cara Regina Madre certe cose le sa. Figurarsi. Che mica si chiama Joaquin Phoenix aka Commodo. E allora romanticamente si affida al servizio postale, forse anche per ricordarci tra le righe che spedizioni, francobolli, collezioni di francobolli e lunghe attese, sono cose nate proprio qui, in Inghilterra. Tutto tranne la fila alle poste, probabilmente una versione “corretta” di un cocktail postale tutto italiano. Ma sto divagando. Dicevo, dunque: le lettere.

Se vuoi iniziare a lavorare da queste parti devi fare domanda per una cosa che si chiama National Insurance Number, meglio conosciuto come NINo. Un giorno poi ti arriva una lettera con sopra scritto ROYAL MAIL e un po’ ti mette in soggezione, un po’ senti che lassù, ai piani alti del Palazzo Reale, qualcuno di canuto e regale sa che esisti, vuole che tu vada da lei in sette passi da leone e questo è il primo movimento di risveglio muscolare per riuscirci.

 foto-3Ovviamente il giorno in cui avrei dovuto presentarmi per il colloquio del NINo, a Camden Town, è piombato sulla Gran Bretagna un freddo micidiale, seguito coerentemente dallo sciopero della metropolitana. Arrivo all’appuntamento con un’ora di ritardo. Due ore passate nel traffico saltando da un autobus all’altro, mentre i passeggeri e i conducenti con compostezza ed eleganza si lanciavano frecciate più fredde del freddo fuori, del tipo: dovreste cercare di andare verso il centro dell’autobus in modo da far entrare gli altri, signori. Del tipo: guardi che siamo tutti lavoratori, dovrebbe essere più gentile con i suoi clienti, gentiluomo.

Arrivata a Camden Town, all’ufficio dove avrei dovuto sostenere l’interview, l’addetto alla fila mi sorride, guarda il foglio dell’appuntamento, legge l’ora di ritardo, spalanca lo sguardo e invece di umiliarmi pubblicamente (ciao, ufficio postale di Garbatella) mi fa saltare la fila. Così ritiro un numerino e mi accomodo al piano di sopra, in attesa del mio turno.

La sala è piena di facce che sono Londra, sono assolutamente Londra, nelle loro storie che appartengono a questa città solo da un certo punto in avanti. Ragazzi ben vestiti e grossi ceffi muscolosi dell’est europa che fanno la fila per ricevere un codice, che chiedono di diventare codice e succhiare così un po’ di relief dalle mammelle metaforiche della vecchia regnante.Tutt’altro che avvizzita. Sotto di noi Camden Hight Street è silenziosa. Non l’avevo mai vista così vuota. Quando mi chiamano per nome sobbalzo dalla poltrona. Mi conducono al desk di una giovane impiegata indiana con un velo arancio pesca sulla testa e troppi sbadigli contagiosi a fior di labbra. Con le sue domande, la ragazza mi spoglia. Mi scortica quasi. Mi chiede il mio nome, il luogo e la data di nascita. Il tono è severo. È un esame su te stesso e a tratti la sensazione è quella di non aver studiato abbastanza.

Qual è il tuo numero di telefono?

Non me lo ricordo, è nuovo, è quello inglese, l’ho cambiato da poco, la prego, mi creda, lo sapevo, ora non mi viene in mente. Possiamo passare alla prossima domanda?

Silenzio. Nessun indizio.

Per caso comincia con…

La ragazza indiana accenna le prime tre cifre e io dico che sì, è proprio quello, con disperazione confermo compulsivamente, non ci penso, è quello, deve essere quello per forza. Pur di non fare scena muta.

Come quella volta a Napoli federicosecondo.

Perché l’inferno descritto da Dante presenta in alcuni punti delle ruine? Cosa sono tutte quelle rocce spaccate?

Lucifero, professore, cadendo deve aver distrutto tutto. Nell’atto stesso di crearlo, ovviamente.

Pensavo di essermi giocata il 28. Invece quella spiegazione riuscì a passare per plausibile.

Come questo +44 077… qualcosa. Esame superato.

E adesso aspetta all’ingresso, dice la ragazza indiana. In una ventina di minuti avrai indietro la tua carta d’identità.

Come dire: una ventina di minuti e potrai essere ufficialmente te stessa, te lo attestiamo, sei veramente tu, va con diòs.

Mentre aspetto il mio documento mi chiedo quanto pesi il bagaglio che ciascuno qui dentro si è portato dietro e tiene schiacciato come in un club sandwich tra la data e il luogo di nascita. Quali esperienze pregresse, quali sogni.

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Il ragazzo italiano accanto a me l’ho subito riconosciuto. Ha i capelli lucidi e lunghi, la faccia pulita. Avrà fatto la Luiss, economia, sarà venuto a studiare tre mesi prima di dare lo IELTS e iscriversi a un master. L’uomo alla sua destra invece è un rabbino, che accompagna un altro giovane ebreo col cappello da govane ebreo che non ha affatto l’aspetto di un ebreo di North London, ma deve essere appena arrivato da Israele. Per studiare scienze politche, magari, forse medicina.

La maggior parte delle altre persone verrà smistata in identità quali muratori, parrucchieri, netturbini. Lavoro manuale, gote rosse, mattina presto, freddo. Babysitter, anche. Come quella ragazza grassoccia che mi siede davanti. Mangia la gomma da masticare a bocca aperta, fa rumore, ma ha il viso pulito, struccato. Di quelli che non fanno paura a una madre in carriera che non avrebbe tempo di starsi a preoccupare del fatto che il marito possa guardare una ragazza più giovane.

“Olga Campofreda” chiama la voce di un uomo, un po’ incerta sulle consonanti del cognome.

Sono io. Mi alzo. Il ragazzo italiano mi guarda, per un secondo è come se ci conoscessimo da una vita.

Come quando due perfetti sconosciuti scoprono di aver letto lo stesso libro da bambini. Ci si sente un po’ fratelli, si resta in equilibrio su uno strato sottile di ricordi comuni fatto di carta.

Il nostro libro si chiama Italia- ai-tempi-della-crisi. Forse si chiama sconfitta, ma solo certe sere, quando  non c’è molto da mangiare in frigo se non una delle solite zuppe di Tesco da fare al microonde, o un paio di carote pallide.

 Ma per fortuna non ci resta poi troppo tempo da dedicare a siffatti pensieri. Non c’è tempo per la nostalgia, nient’affatto. Il rosso di questi autobus è così acceso che sembra quasi fatto apposta per non lasciarti pensare a tutto l’azzurro che manca.

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Highbury_&_Islington_stn_Victoria_roundelE poi a un certo punto al bancone di un locale a Dalston il mio sguardo incontra un paio di spalle che riconosco. Sostengono un cappotto pesante e molto di classe, il che contribuisce a convalidare il mio sospetto.

Io e il mio amico ci salutiamo e no, non c’è affatto quella sensazione di stranieri in patria d’altri quando, nel rivedersi, rivedono soprattutto la tavolata delle proprie domeniche in casa, la famiglia, la compagnia al solito tavolo del bar. Piuttosto ci abbracciamo come reduci alla conta dei presenti l’indomani del naufragio del Titanic. E quindi bello. Sei sopravvissuto. Alla fine ce l’hai fatta, si pensa l’uno dell’altro. Come se il canale da attraversare, quel lembo byroniano di acque, lo avessimo passato a nuoto sfidando le correnti.

E come stai, come stai? Vogliamo sapere. Io che aspetto di leggere nella sua espressione un possibile pronostico della mia, tra forse un anno; lui che indaga nella mia i residui di un ruolo che pure aveva interpretato qualche mese fa.

È così, è bello. E sembra che si possa fare tutto.

È così, si può fare tutto, mi risponde. Intanto un mucchio di gente ci spinge e ci passa accanto tra la console e l’ingresso. Sono quasi le quattro del mattino. Dietro di me una comitiva di inglesi tarantolati si dinoccola fuori tempo su una canzone dell’estate del 1994.

Una città la capisci dalle linee della metropolitana. Quella di Londra è a forma di bottiglia, il che significa: accomodati pure, brindiamo. Bevi al nostro calice, basta che fai attenzione a non sporcare. Nel mio caso poi nella bottiglia c’era un messaggio, una sorta di biscotto cinese versione pub/robinson crusoe contenente la risposta alla domanda che ti sei sempre posto del tipo che diavolo fare, dove andare a parare. La central line, rossa come un filo rosso, che ti porta a Tottenham, e attraverso le gambe di una statua dorata di un Freddie Mercury gigante ti conduce all’ingresso dell’University College.

Londra certe volte salva, ce l’ha scritto nell’anima. Prendi invece Roma, la metropolitana di Roma. Trent’anni di scavi e solamente due linee, che a intersecarsi sembrano proprio riportare la forma di una croce celtica. La burocrazia infinita di un Regime. L’autocompiacimento di traguardi insignificanti pompati nella retorica di se stessi, del noi siamo-noi facciamo-noi esistiamo. Roma che apre la terza linea di metro: botti e strette di mano. Inaugurazioni e promesse elettorali, sostegni, appalti. Per sole tre fermate in più che si ricordano i tempi in cui si portava il collarino di plastica effetto tatuaggio tribale.

Nessun dubbio dice lui.

Però? Gli dico.

Ma non lo so, risponde. People are strange.

foto 3-1People are strange nel bagno del locale quando ti aggiusti i capelli che sembrano interpretare una personale versione di Anarchy in the U.K. e la ragazza che si lava le mani accanto a te dice con estremo trasporto che ama il tuo look ( I love it!) e che i capelli in quel modo, tutto sommato, vanno benissimo.

People are strange alla fermata dell’autobus, che passa ogni sette minuti e ci precisano pure a scandire 00:07; 00:14; 00: 21. E così via.

E quando torno a casa, dopo aver visto una volpe gigante attraversarmi la strada, People are strange mentre un mucchio di comparse di Resident Evil vestite di strass e di fumo, si trascina sui marciapiedi con in mano il primo bagel del mattino, così, sorridenti, come se non esistessero i lunedì mattina. Continuo a pensare a cosa mai possa significare la parola ‘strano’ ora che sono qui. Che la traversa che mi porta a casa si chiami via dei Poeti, o che nessuna delle vie in cui sono cresciuta si chiamasse in questo modo?

Poi ci sono i miei landlords, che fino a qualche mese fa si sarebbero detti palazzinari, a Roma. Qui no: hanno un titolo regale. Li sento vivere dall’altra parte del muro. Ho preso la stanza del loro primogenito, che è andato a studiare teologia a Cambridge. Ho ereditato il suo posto con tutta la sua ordinata libreria di mistico umanista. La prima cosa che ho fatto è stata mettermi a scorrere i titoli dei dorsi che sporgevano dalle mensole. C’è una mensola solo per i poeti: Sylvia Plath, John Donne, Coleridge, Auden, Dylan Thomas. C’è una mensola per i filosofi: Kant, Nietszche, Giordano Bruno, Locke, Cartesio. Poi ci sono i libri di storia, quelli di arte e fotografia (con una morbosa ricorrenza per le immagini dei grattacieli), quelli di teologia, che comprendono almeno cinque edizioni diverse della Bibbia volume uno e volume due. E poi i romanzi: da Orwell a Conrad, da Tolkien a Huxley, Joyce, McCarthy, Duglas Adams. Ogni volta che osservo questa libreria come in un Aleph mi si rivela qualche nuovo particolare, anche quando penso di averli colti tutti ormai, di concedermi solo una mera carrellata di ricognizione, ecco che arriva un nuovo titolo che mi lascia stupita dell’immensa cultura sopraffina di questo giovane figlio che vado a sostituire.

Dall’altra parte della parete, nella casa oltre la mia dependance, i miei landlords parlano con i propri cani, tre cocker neri. Li chiamano guys, ragazzi. Litigano con la figlia adolescente, si gridano dietro battute sarcastiche e poi fanno pace. Qualcuno suona la fisarmonica. Sempre la stessa canzone.

Questa sera hanno invitato anche un po’ di amici a casa. Quello che sento da qui è un sottofondo di chiacchiere e stoviglie. Prima si è alzato qualcuno e ha declamato una poesia, poi un’altra. Seguito uno scroscio di applausi. People are strange perché leggono poesie a tavola il sabato sera o perché non lo hanno mai fatto da noi, se non a Natale, con quella tipica lungimiranza minorenne dei cinque euro a performance?

foto 3In ogni caso, nonostante tutto, nonostante le riflessioni e le riserve avanzate dal mio amico, io ho deciso che questi inglesi mi piacciono proprio. Loro, con tutte le fissazioni iperproteiche delle uova a colazione e le corone in testa a Natale e quant’altro. Oltretutto è da quando ho messo piede in questo Paese che sento proprio a fior di pelle che la regina mi vuole bene. La regina Elisabetta, quella cara vecchia, io mi sento che è felice che io sia qui e forse me lo dimostra sotto forma di Kharma, o forse è solo che il Regno si ben dispone alla buona disposizione del suo animo. La Regina Elisabetta è una a posto. È per questo che ho deciso di saperne di più sulla Famiglia Reale in questo pomeriggio di sabato di diluvio universale su Highbury & Islington.

Highbury & Islington? Anche tu? Mi dice il mio amico. Ma allora siamo proprio vicini.

Mi inoltra una schermata di google map che ipotizza circa sette minuti salvo inciampi o imprevisti che da casa mia a casa sua renderebbero possibile il reperimento di una tazza di zucchero.

Domani devi venire a cena, mi dice. Voglio sapere tutto sui tuoi landlords. Anche se sei già stata parecchio precisa nei dettagli.

Eh no, penso io. Perché mica te l’ho detto, caro amico vicino di casa, che il figlio teologo, oltre ad avere la passione per i grattacieli, è anche un disegnatore di ritratti di vescovi e preti a mezzobusto e ce li hanno tutti appesi in salotto? Questo non te l’ho detto, per esempio.

IMG_4355_SMALLPeople are strange, commenta ancora. E allora penso che sì, sono strani forti, con tutto il provincialismo che deriva da questa affermazione.

Dove diavolo li tengono i cassonetti della spazzatura, per esempio?

È circa una settimana che non svuoto il mio secchio nel timore di dover affrontare lo smarrimento derivato dal non sapere dove piazzarlo.

Fai una cosa, dice il mio amico nuovo vicino di casa Highbury & islington, portala qui domani sera e vedrai che in un modo ce ne sbarazziamo.

 L’altro giorno in metropolitana l’Evening Standard aveva sbattuto in prima pagina la vicenda di due figli di papà minorenni dati per scomparsi e ritrovati in Messico in un albergo a cinque stelle. Un attimo e mi immagino la mia, di faccia, incastonata nella griglia grafica del quotidiano: spaccio di immondizia illecito a nord di Londra a opera di una banda del casertano.

 Facciamo la gara a chi è più strano sulla Victoria Line dei desideri, che è pure azzurra, e allora mi viene in mente la canzone. Non cantarla, non cantarla. E non la canto. Solo emetto un piccolo motivetto tra le labbra e poi mi metto a tacere. Mica per la canzone, figuriamoci. È che rischierei di dare troppo nell’occhio, così, con questo sacco nero della spazzatura che porto in spalla a casa del mio amico, in cambio di una bottiglia di vino come obolo per questo smaltimento fai-da-te.

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Istruzioni per uccelli migranti

images-28Forse questa Gallina dovrebbe sentirsi emozionata, ma ha solo una paura fottuta di finire come un pollo qualsiasi conficcata in uno spuntone roteante pronto a finire nel primo kebab insudiciato. Questa Gallina dovrebbe passare gli ultimi giorni prima della partenza a compilare playlist da ascoltare al momento del decollo dell’aereo, magari comporre una lista (Dio solo sa quanto la Gallina ami le liste, le fanno pensare tanto a Perec) e inserire tutti i vestitini e i cappotti e le coperte multistrato che dovrà riuscire a ficcare in valigia. Questa Gallina invece è un po’ così, con le piume del petto un po’ flosce, come in una qualunque giornata di pioggia. Oggi si sente un po’ malinconica, mentre dalla casa si sparge un odore penetrante di sartù di riso e ogni tanto arriva qualche telefonata e allora la chiamano fuori dalla rete del pollaio, ma lei no, non vuole uscire, vuole restare immobile e guardare tutto a quadretti, così, attraverso le maglie di ferro, dove nessun kebabbaro può raggiungerla, per adesso.

Ieri questa Gallina è stata tutto il giorno a leggere Madame Bovary. La Gallina ama i libri da signora, perché si immagina tutti quei cappellini, quegli ombrellini da sole che potrebbe farsi confezionare in pizzo e poi usarli con gesti un po’ leziosi, quando in primavera si recherà al parco. Ma la lettura non era conciliante ieri. La Gallina era veramente arrabbiata e si sa che quando all’altezza dello stomaco hai qualcosa di irrisolto come un rancore grande quanto una frittata di cipolle, l’effetto è lo stesso che avrebbe lasciato la suddetta frittata. Allora la Gallina –manco a dirlo- ha compilato una lista. L’unico modo per distendere i nervi. La lista l’ho trovata stamattina, lei ha cercato di nasconderla con una zampa e qualche piuma, ma io l’ho vista lo stesso e l’ho presa con me. Quando l’ho aperta una scrittura un po’ tremolante faceva così:

Cose che sono felice di lasciare (nella speranza che affondino come il centro di un soufflè, inghiottite dai loro stessi margini)

 

1.L’indecenza, la mortificazione, l’arroganza con cui i professoroni trattano gli studenti che si presentano ai concorsi.

 2.I tre mesi prima di un concorso in cui già iniziano a girare chiaramente i nomi di chi lo vincerà. E poi vince.

 3.Tutte quelle persone che mi hanno precluso un lavoro senza neppure farmi un colloquio, solo perché la Gallina ha le penne troppo platinate per la loro azienda.

 4.Tutte quelle persone che “siamo in un momento difficile, ti pagheremo a fine anno, non questo, quello dopo, no ma che hai capito, quello dopo ancora”.

5.I raccomandati figli di, che prendono il lavoro perché sono figli, o perché sono amanti, o perché sono delle strafighe, e allora guarda, ho sempre desiderato avere un’amante da legare a me indissolubilmente per realizzare i suoi sogni adolescenziali e la mia smania di potere.

 6.I cinquanta-sessantenni col potere di raccomandare. A me mi fate venire la nausea, siete la categoria peggiore. Implodete in silenzio, per favore.

 7.Le vecchie segretarie di scuola che dicono “inutile che lascia il suo cv che tanto non la chiameremo mai, è tutto intasato”

 8.Il personale addetto alle risorse umane che non risponde ai cv.

 9.Il personale addetto alle risorse umane che risponde ai cv dicendo “che bellissimo cv, in bocca al lupo per la sua ricerca” aggiungendo  =)

 10.Le cricche.

 11.Le cricche che si parlano addosso.

In fondo alla lista poi c’era questa nota un po’ sbilenca, la segno in neretto perchè mi ha reso molto fiera del mio pennuto:

Non avrei mai lasciato il sole e il sartù di riso, il brecciolino caldo di questo mio cortile. Ma se devo fare la Gallina Selvatica, la Gallina da Combattimento, lo farò. Questa è l’unica soluzione. Non sarò mai un pollo d’allevamento dalla carne tenera, se mai devo essere mangiata voglio creare problemi a chi mi mangerà, con la mia carne dura e piena di nervi che devi continuamente sfilacciare tra i denti.

Quando mi avvicino alla porticina del pollaio lei gira un po’ la testa verso di me, l’occhietto piccolo guarda avanti, oltre la rete.

-che ti prende?- le dico –come mai sei così giù?

-Che devo dirti, ho un po’ paura, forse era meglio essere arrabbiata che impaurita.

-lascia stare, è normale- cerco di rincuorarla –vedrai che poi ti abitui. Troverai un altro pollaio, altre galline …

-ma guarda – dice la mia gallina- in questo pollaio c’è esattamente la mia forma sulla paglia. E poi, lo vedi quel buco nella rete? La maglia un po’ allentata? Se mi siedo qui me lo ritrovo perfettamente davanti, sembra un cannocchiale, una televisione.

-è difficile imparare a guardare senza una rete . E’ difficile scegliere cosa guardare, selezionare una porzione di mondo e sperare che sia la prospettiva giusta. Ma una volta che ci sarai riuscita sarà stato solo merito tuo, di nessun altro.

-e il sartù?

-te lo vengo a portare.

-promesso?

-promesso.

La mia gallina apre e chiude il becco un po’ di volte come a immaginare di assaggiarne qualche chicco.

-poi torno, però.- mi dice. –non cambiare la paglia al mio cestino.

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