Circolo degli Artisti_h20.30

 

Hirschman reading set

feat. Revolutionary Poets Brigade, Roma / Omar Pedrini / Igor Costanzo

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Stagista. La parola è Stagista. Che deriva da stage, così, detto alla francese, se il master lo hai fatto al nord, steig lo dicono invece quelli del sud. E però è sbagliato. Perchè –stando alla Treccani- la sua etimologia deriva da estage, francese antico, che sta per soggiorno. Un momento di formazione e apprendimento, che non conosce capi, ma maestri.

La prima volta che ho sentito la parola stagista era il 1998. Nel 1998 ho imparato insieme, al tempo stesso, la parola stagista e il concetto di sesso orale. Avevo undici anni, mi faceva ridere la parola impeachment, che associavo alla faccia rossa di Bill Clinton che suonava il sax, ma senza sax, incastrato tra il congresso ed una signorina, la signorina Monica Lewinsky, stagista alla Casa Bianca. Da quel momento la parola stagista si è caricata di un fortissimo connotato sessuale che non si è ancora perso del tutto. Le stagiste sono ragazzine ammiccanti, provocanti, di bella presenza, volutamente svampite al cospetto del capo. Lo stagista maschio invece, è un’altra cosa. E’ l’uomo tuttofare delle fotocopie e del caffè, quello che si improvvisa elettricista, facchino, cameriere, centralinista. E allora ecco che al sud non si sbaglia così tanto a dire steig, invece che stage. Steig come palcoscenico di una farsa, quella della formazione inesistente, dei maestri che per smania di potere si trasformano in capi. Autoritari e mai autorevoli.

La maggior parte delle volte il lavoro di uno stagista non ha valore. Non ha valore perché non è retribuito e non attribuire valore economico ad una prestazione professionale vuol dire, ad oggi, non qualificarla affatto. Per quanto oggi, che c’è la crisi effettiva per molti e psicologica per troppi, un esercito di stagisti non retribuiti tiene in piedi con i loro gesti minimi e puntuali la nazione. Di tre mesi in tre mesi, si danno il cambio, ricominciano da capo con un altro gesto minimo non retribuito, che se non ci fossero loro a fotocopiare documenti, a correggere bozze, a impaginare articoli, dovrebbero pagare qualcuno. E allora la crisi delle aziende è mitigata dal lavorio di questi giovani apprendisti. I nuovi schiavi. Se un giorno, un giorno solo, tutti gli stagisti della nazione decidessero di fermarsi, il loro stage ritornerebbe ad essere staticum, la parola latina che significa immobilità, immobilità paralizzante che andrebbe a colpire con eloquenza questo sistema malato di sfruttamento. La mortificazione dei giovani che neanche più possono dirsi precari.

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leggi bene, che poi succederà qualcosa

Lunedì, Circolo degli artisti, Boosted for Nothing

Gruppo pioniere della nuova ondata d’importazione di una Seattle-revival anni Novanta che sarà la parola chiave della stagione, i Boosted for Nothing devono al punk adolescenziale inglese le loro sonorità punk; al grunge di influenza americana, le loro sonorità grunge, al brit pop inglese una lontana eco brit pop che si intravede nel sottobosco di un album che prefigura la band americana come the next big thing del 2010 secondo NME, Pitchfork, Topolino e Idea Casa.

Martedì, Auditorium Parco della Musica, John Johnson & the Cradle of Filth

Un grande ritorno per la chitarra folk dei Motel d’America, che sceglie Roma come prima tappa di un tour mondiale annunciato come l’ultimo della voce più profetica degli anni Sessanta. Al suo ottantesimo anno Johnson si accompagna a una delle colonne portanti della musica sinfonica della decade scorsa, i Cradle of Filth, uno storico ritorno, un trionfo orchestrale per l’artista folk che ha regalato l’inno alle proteste di piazza dei programmatori di Pac Man del 1985.

Mercoledì, Sinister Noise, Bambi Man loves itself

Simon Bambi, ex leader dei Boosted for Nothing approda a Roma con il suo nuovo progetto, dopo la rottura con il chitarrista Dan Watson, che lo ha sorpreso a letto con una sua fan personale. My girl is your girl, il tormentone che ha anticipato l’uscita dell’omonimo disco di Bambi, ora leader di una band che sanguina grunge ad ogni battuta. Un sound grezzo e decadente che deve al punk adolescenziale inglese le sonorità più punk, al grunge di influenza americana, le sonorità grunge, al brit pop inglese una lontana eco brit pop che si intravede nel sottobosco di un album che prefigura la band americana come the next big thing del 2010 secondo NME, Pitchfork, Men’s Health e Mondolibri.

Giovedì, Maxxi, Igor Samsa Project

La rassegna di musica elettronica del museo di arte contemporanea importa direttamente dalla Transilvania il sound dell’artista più cupo del panorama della micro music: al suo terzo progetto solista, dopo tre differenti strade che lo hanno portato a sperimentare i territori della musica House, l’Ambient e new wave con inflessioni reggae miste a un pizzico, ma non troppo, di dub. Al rientro nei Balcani, dopo il tour americano con la cover band di Aphex Twin, ha ricevuto l’illuminazione giocando a SuperMario Land 2: con il nuovo progetto Igor Samsa, la musica diventa ossessione, ansia di arrivare al livello successivo, per abbandonarsi all’estasi una volta sospesi nel gran quadro finale. Una metafora della vita postmoderna, o più semplicemente dell’uomo. Una serata da non perdere: indiscrezioni vogliono che Igor Samsa non sia altro che esecutore dell’estro creativo di Bono Vox.

Venerdì, Rashomon, Musica da camera dj set

Si conferma una delle serate più chic della Roma alternativa, senza dubbio grazie alla sua originale impostazione maoista: ogni venerdì è ospite un dj d’importazione estera, rubato alle consolle più lustrinate dei club europei, verso metà serata l’artista inconsapevolmente viene legato e trascinato in un angolo del locale dove è esposto ad insulti e sevizie da parte del pubblico pagante, che a consolle libera può divertirsi a passare i dischi che ha portato da casa. Musica da Camera è la serata più rivoluzionaria ed originale della capitale. Questa settimana, candidato alla decapitazione previa firma di liberatoria, l’artista balcanico Igor Samsa, degli Igor Samsa Project. Dalla rete, si annuncia un misterioso scioglimento degli U2.

Sabato, Esc, Foglie di thè Night

Dalle 19 apre le porte il centro sociale di San Lorenzo e mette a disposizione come ogni settimana i propri tavolini a chiunque abbia voglia di sfogarsi in una conversazione. Ospite di questa sera, l’impiegato Marcello D’andrea: Marcello lavora alle poste da 30 anni e tace la sua indignazione da quando la privatizzazione ha costretto lui e i suoi colleghi, nonché gli utenti del servizio, a subire la violenza del giallo fosforescente che alla lunga risulta corrosivo per la retina dell’occhio umano. Ingresso a sottoscrizione (15 euro) per chiunque voglia sperimentare una serata dedicata alla libera conversazione, sullo stile dei salotti radical chic di Londra e Berlino: comunicare è cool.

Domenica, Micca Club, Mercatino Vintage

La nuova tendenza al minimalismo detta legge: tre paia di tutto per un armadio semivuoto ed uno stile di vita dedito all’essere e non al possedere. Vendi i tuoi vestiti di troppo al mercatino vintage dell’usato, mentre i dj di Musica da Camera passano i migliori successi recuperati dalla valigia del dj protagonista della serata del giovedì, il deceduto Igor Samsa. Da questa settimana anche lo stand frutta e verdura, per essere veramente casual anche in contesti pubblici. La formalità è out, lo dicono le giovani star di Hollywood. Quindi è vero.

 

Il lunedì mattina Valentina FunnyGame Bertolini aveva elencato tutte le serate di Roma su un foglio bianco e lo appese alla parete di fianco al suo letto. «Ci vediamo sicuramente una di queste sere» aveva detto lui. E lei aveva preso sul serio le sue parole. Se non altro per quel sicuramente. Se non altro per il fatto che, nonostante lei lo avesse fortemente sperato, non era stata lei a chiedergli l’incontro.

E allora Valentina attese, ma attese con garbo ed emozione, sempre dedita alla cura del suo aspetto, nell’eventualità di incrociare un incontro provocato che sarebbe comunque risultato casuale. E il lunedì sera fu al Circolo degli artisti a sentire un gruppo grunge e incazzato di Seattle, che nel backstage si cibava solo di radici e ricette vegetariane. Il martedì fu all’evento più cool della capitale, sottoscritto sui social network da tutti i dj più carismatici, che indicavano l’Auditorium come la Mecca. Il mercoledì al Sinister Noise vide lo stesso gruppo del lunedì precedente, e qualche canzone pure le tornava alla mente e l’aveva canticchiata. Giovedì e Venerdì bevve troppo per ricordare, sabato a San Lorenzo però fece in tempo a scambiare due parole con un vecchio pensionato e si sentì troppo al centro dell’Europa creativa.

Lui però non c’era. Neanche la domenica al Micca. Non c’era. Eppure aveva aderito a tutti gli inviti. A tutti gli eventi la sua foto appariva tra i “parteciperò”.

Valentina decise di chiamarlo il lunedì successivo. Non rispose.

Lui le lasciò un messaggio in bacheca con su scritto “Tesoro come stai?Che fine hai fatto?Ci vediamo in giro questa settimana!”

Valentina prese le chiavi della macchina, scese in garage, mise in moto e raggiunse l’abitazione di lui. Aspettò solo una mezzoretta, poi lui uscì di casa e lei lo uccise sterzando.

 

 

 

 

 

 

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Trend topic nei giorni d’estate, ogni tanto torna a far parlare di sè. Per esempio quando Alemanno ha proposto Albertazzi come direttore artistico o quando si accendono i riflettori politico-giuridici sul concetto di Bene Comune. La notizia che si merita però la pagina di un quotidiano o il moltiplicarsi dei tag sui blog letterari, se da un lato serve ad attirare attenzione di un pubblico distratto, ha il difetto di oscurare l’ordinario. Cosa sta succedendo oggi al Teatro Valle, a distanza di quasi un anno dall’occupazione del 14 giugno 2011?

Io me lo sono chiesta e sono andata a vedere. Così nasce questo piccolo reportage.

*

#Occupy : Teatro Valle

come cambia la protesta se l’utopia si trasforma in propositi

 

C’era una volta, sul finire degli anni Ottanta, un piccolo villaggio nel cuore del Madagascar. Questo villaggio era così piccolo, così difficile da raggiungere e custodire, ma soprattutto così insignificante per l’economia del Paese, che il governo decise di abbandonarlo a se stesso e non occuparsene più. Abbandonare a loro stessi i cittadini privandoli di ogni sussidio: un punto di arrivo che è stato anche un punto di partenza, una condanna che è stata anche una promozione all’autonomia. Perché discendenti di nobili e schiavi si sono messi insieme a costituire uno degli esempi più rari di democrazia diretta che la società occidentale fin’ora possa annoverare: la democrazia senza governo di Betafo.

Una storia, questa, che nonostante gli ultimi anni di bulimia informativa, ancora non riesce a superare una breve menzione di tre righe su wikipedia, il nuovo libro dei certificati di nascita. Eppure il piccolo aneddoto del villaggio abbandonato è figura e compimento al tempo stesso, è – mi ripeto- nient’altro che parabola e racconto visionario dell’evolversi delle future cose.

Basta fermarsi un attimo a pensare, raggruppando qui e là gli stralci dei giornali degli ultimi mesi: dagli accampamenti di Indignados spagnoli alle manifestazioni di piazza nell’autunno romano, dal fenomeno di rivoluzione non violenta di Occupy Wall Street ad una realtà di protesta creativa come l’esperienza italiana del Teatro Valle Occupato. Cosa hanno in comune tutti questi elementi? E cosa lega questi elementi alla storia del piccolo villaggio in Madagascar? Prima di tutto la questione nuova ed atavica al tempo stesso, di presentarsi come fenomeni di organizzazioni prive di leader.

Il 4 luglio scorso il direttore di un magazine di controcultura, Adbusters, lancia su twitter un invito: il 17 settembre appuntamento a Zuccotti Park per protestare contro l’attuale detenzione del potere da parte delle Banche. L’occupazione avviene, l’occupazione, ad oggi, permane. C’è un reportage veramente interessante scritto da Riccardo Staglianò per chiarelettere che mette in evidenza le dinamiche politiche interne al nuovo movimento di protesta, che sembra avere esso stesso la forma di un social network, ma biologicamente determinato: gli occupanti di Wall Street si riuniscono in “gruppi di lavoro”, ciascun gruppo discute e delibera su alcune tematiche, che vengono poi riportate ad un’assemblea generale. Tutti, anche i più bizzarri interlocutori, hanno diritto all’esposizione delle proprie idee. Le riunioni vanno avanti per ore, eppure il risultato ottenuto è la messa in atto concreta di un sistema di democrazia diretta così come la politica ufficiale non è in grado di interpretare.

Giorni fa, allora, ho deciso di andare di persona al Teatro Valle Occupato, per verificare quanto le mie intuizioni fossero calzanti. L’antico edificio del Settecento è una sorta di stargate, un portale su un altro mondo, che si apre in pieno centro storicodi Roma, tra il Pantheon e i palazzi delle istituzioni politiche. Sono le sei, c’è ancora il sole. Fa strano stare davanti ad un teatro durante il giorno. I bambini pensano che i giocattoli prendano vita quando noi dormiamo, durante la notte: è come se, al contrario, il teatro decidesse di svegliarsi dal torpore dei canovacci, alla luce del sole. Fuori, sulla strada, ai tavolini del bar di fronte all’ingresso del Teatro, c’è Benedetta, addetta stampa del Valle, che mi saluta da lontano alzando un attimo lo sguardo dalle domande di un’intervista a cui devono rispondere. Mi fa segno di avvicinarmi. Quando le chiedo se può dedicarmi qualche minuto mi dice che non c’è problema, che avrei potuto parlare con chiunque: la parola di ciascuno ha lo stesso peso qui, non ci sono gerarchie di sorta.

“Siamo tutti occupanti nella stessa misura”. Mi presenta un ragazzo seduto al tavolino accanto, si chiama Marco, fa il drammaturgo, uno di quelli che sta dentro dal primo giorno. Restiamo a parlare di come sono andate le cose a partire da quel 14 di giugno. Dieci mesi fa, poco dopo il cinema Palazzo, occupato nel quartiere storico di San Lorenzo, poco prima del grande slogan di Occupy Wall Street. Quando anche l’occupazione diventa un marchio esportabile- mi viene da pensare- e nel corso della nostra chiacchierata ne avrò conferma.

 

L’occupazione del Valle nasce dalla dismissione dell’Eti, il solo ente statale ad occuparsi di teatro in Italia. Almeno fino a poco fa. “Quando è arrivata questa notizia, un gruppo di noi che già si era incontrato per i tagli alla cultura in generale, ha iniziato a fare blitz sui palchi di altri teatri, ritardando l’inizio della prima. Qui al Valle, poi all’Eliseo, all’Opera …”-questo lo spiega Tony, attore e occupante dal primo giorno, come Marco-“ quando si sparse la voce che il Valle sarebbe stato affidato ad un privato, come è accaduto per il teatro Quirino, abbiamo deciso di occupare l’edificio simbolicamente. Non credevamo sarebbe durato tanto. Eravamo una sessantina di noi, abbiamo usato un escamotage, sfruttando la classica ragazza bionda per distrarre il custode; questo accadeva in concomitanza del referendum sulla privatizzazione dell’acqua. Il pomeriggio stesso abbiamo indetto una conferenza stampa per spiegare lo stato delle cose, la programmazione è partita da quella sera, sfruttando la solidarietà di molti artisti amici che appoggiavano la nostra protesta.” Impossibile passare nei dintorni del Teatro Valle e non sentir e pronunciare almeno una volta il termine Bene Comune. “Si tratta di qualcosa che tecnicamente appartiene alla collettività e nasce dalla lotta, dal momento in cui un bene viene sottratto alla comunità e questa se ne riappropria.”

“Nasce dunque da un’infrazione…”

“Un’infrazione, certo. Che però è stata subita in partenza.” Nel caso specifico, il teatro Valle apparteneva ad una famiglia nobiliare che a ridosso dell’Unità d’Italia ha donato l’edificio alla cittadinanza. L’infrazione subita starebbe nell’affidare ad un privato questo bene, di fatto appartenente adesso ai cittadini.

Il modello della democrazia diretta è valido anche in questa piccola realtà locale, che sta rivoluzionando il panorama artistico della Capitale. “Questo movimento ha un leader assoluto e totale che è l’assemblea. E’ una cosa religiosa: abbiamo abolito il voto come pratica decisionale e deve essere per unanimità. In genere quelle brevi che diciamo mezz’ora e la risolviamo, prendono minimo due ore… abbiamo anche diversi tipi di assemblee, a quella plenaria non siamo mai meno di una trentina. La plenaria è interna dell’occupazione. E’ qui che si decidono gli intergruppi che si occupano della sicurezza, della manutenzione, della programmazione…” mi illustra di nuovo il drammaturgo. Marco ha firmato un lavoro per Emergency, si chiama Circus, un canovaccio in cui i ruoli politici sono interpretati dai personaggi di un circo; è un grande osservatore degli scenari di attualità, non fatico molto ad immaginare cosa lo abbia spinto a prendere parte all’occupazione. “La crisi è lo specchio del fallimento di pensare alla società in un certo modo”-prosegue-“non si può affidare la gestione della cosa pubblica ad enti troppo lontani dalla cosa pubblica stessa. Con questa legge elettorale dove il cittadino vota per la squadra di pallone e poi c’è il mister che decide come schierare i suoi uomini… non c’è più corrispondenza tra governanti e governati. La democrazia diretta è più rappresentativa. Diffusa e partecipata, non punta sulla delega ma sulla responsabilità da parte del singolo, perlomeno per quanto gli compete. Qui, oggi, non ci professiamo più eredi di nessuna ideologia, della vecchia politica ereditiamo solo i fallimenti. Siamo tutti figli della nuova generazione, quella di internet, abbiamo grande familiarità con il concetto di open source e di sharing, dobbiamo quindi creare una grande rete con tutte queste realtà in lotta.”

Ritrovo in queste parole l’eco di alcuni concetti letti di recente su un agile pamphlet che non riesco a togliermi dalla testa:

“Non serve un nuovo leader o u nuovo governo, bensì un nuovo modo di organizzare la politica. […] Siamo alla frontiera del “post-umano”[…]. La tecnologia digitale informatica, l’accesso alla rete come diritto e libertà di ciascuno, offrono possibilità di immaginare forme di governo trasparenti locali-globali, pensate secondo modalità di democrazia diretta e all’interno di una società della conoscenza, organizzata dal basso su scala federale locale, fino a giungere al piano di unità globale,gli Stati (o meglio città e comunità) Uniti del Mondo.”[1]

Marco e Tony, come tutti i ragazzi che gravitano attorno al Teatro, credono fermamente nella loro forma di protesta, un sollevarsi positivo e propositivo, che non ha mai pensato di fermarsi all’atto della contestazione, ma dai primi giorni di occupazione ha cominciato a produrre uno statuto, sul quale costruire la futura fondazione del Valle, avvalendosi del supporto giuridico di Stefano Rodotà. Un utopismo estremamente pragmatico che si è fatto virale e ha tirato dietro di sé il Teatro Coppola di Catania, I Lavoratori dell’Arte di Milano, il Marinoni di Venezia.

“A Venezia c’ero” dice Marco, con una punta di orgoglio. “Avevano invitano il teatro valle Occupato ad aprire la giornata degli Autori. In quell’occasione scopriamo che in zona c’è un teatro liberty abbandonato da vent’anni, l’unico teatro dell’isola. Siamo andati in venti, con gli amici del s.a.L.e. docks che fa una battaglia molto simile alla nostra- anche se loro si muovono più nel campo dell’arte contemporanea- abbiamo messo a nuovo il teatro e gli abbiamo ridato vita, mandando in fallimento tutti i locali dei dintorni che avevano organizzato serate per il festival. La nostra presenza lì si è poi legata ad un altro tipo di denuncia: erano stati stanziati trentasette milioni per costruire il palazzo del Cinema, ma andando a scavare è stato scoperto un substrato di amianto. Risultato: il cantiere si blocca e non si sa dove sono finiti quei soldi. L’amianto era stato messo precedentemente per coprire i tetti delle cabine del litorale. Per la mostra avevano messo un telo per nascondere quello spettacolo vergognoso. Noi abbiamo avuto modo di organizzare lì una conferenza stampa e denunciare questa speculazione edilizia. Il teatro Marinoni è stata una bella conferma: adesso è gestito dai cittadini del Lido.”

A questo punto, con un movimento così ingombrante nel cuore della Capitale,così contagioso a livello nazionale, mi chiedo ancora come sia possibile che non si sia mai verificato un vero e proprio tentativo di sgombero. “Hanno provato a denigrarci in tutti i modi”-dice Tony-“ per esempio dicendo che siamo gli unici privati e la vera privatizzazione la facciamo noi che occupiamo questo teatro. Rispondo che se così fosse allora sarei molto ricco e invece continuo a non guadagnare un centesimo da questa occupazione. Ma ti dirò di più, non voglio neanche guadagnare in questo modo: voglio farlo con il mio lavoro che non è considerato lavoro soprattutto da quei politici che hanno fatto in modo che un decreto legge del 1935 sia ancora in vigore, considerando gli artisti come si faceva nel medioevo, quando si pensava che dovessero essere sepolti in terra sconsacrata. Secondo quel decreto  gli artisti dello spettacolo non hanno diritto a prendere la disoccupazione a requisiti ridotti.” Alla risposta accesa e appassionata dell’attore, il drammaturgo contrappone un’analisi calcolata, nel frattempo fuori all’ingresso del Teatro sta cominciando a formarsi una fila che arriverà fino a piazza Sant’Andrea della Valle, poco prima dell’inizio dello spettacolo di Elio Germano, una lettura da Viaggio al Termine della Notte. “Abbiamo avuto un importante successo mediatico fin dai primi giorni.”-prosegue Marco-“ Un po’ il discorso è che abbiamo molti contatti e firme solidali; poi ho l’impressione che ai nostri politici della cultura italiana, nostra materia prima per eccellenza, non interessi nulla. E’ solo un modo per loro di speculare. A me preoccupa quello che c’è dietro le loro dichiarazioni: abbiamo dimostrato che il teatro è vivo, Albertazzi ha novant’anni, un grande nome ma non sarebbe in grado di fotografare la cultura di oggi attraverso il suo modo di fare arte. Baricco, Carlucci, Barbareschi… erano i nomi che circolavano all’inizio. Il teatro non è solo un edificio ma è il connubio tra il luogo e le persone che lo popolano. Quelli che stanno ai vertici invece lo interpretano come un luogo fisico pieno di gente da cui ricavare soldi e fare favori a questo o quell’amico di turno.”

Nel frattempo sui sanpietrini in via del Teatro Valle cominciano a riflettere la luce dorata dei lampioni, e io penserei a questi discorsi come a delle meravigliose utopie, velleità giovanili, se tutto ciò non stesse accadendo sotto i miei occhi. Aspetto nel foyer del Valle che si faccia ora di prendere posto in platea, mentre a cadenza quasi regolare si sentono scrosci di applausi e frasi di congratulazioni da parte di alcune persone strette attorno ad un tavolino. Un applauso che viene riservato a chiunque decida di donare un minimo di dieci euro per diventare socio fondatore del teatro, accelerando così la trasformazione verso il Bene Comune. Non è mai stato così chiaro: il campo semantico dell’utopia scoraggia in partenza. Per cambiare veramente le cose bisognerà, d’ora in avanti, pensare in propositi.

 

 

 



[1] Luca Taddio, Global Revolution, Milano, 2012, Mimesis Edizioni, pp. 10-12

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Twitter è un pollaio, ecco cosa. E mai nome fu più calzante per un social network. Questa è stata la prima cosa che mi è venuta in mente ieri sera quando, decisa a porre fine a quella solita, biologica resistenza, che nutro inizialmente al primo confronto con le nuove frontiere del 2.0, ho creato un account e ho fatto il primo log in.

Era necessario, davvero. Adesso che anche i giornali hanno adottato il neologismi twittare, twittato e una frasetta di 140 caratteri scritta da un politico ha assunto lo stesso valore di una conferenza stampa o di un’ANSA, ecco, ho pensato che era ora di farsi avanti e scovare l’informazione al suo nascere.

Non voglio problematizzare troppo sul paradosso del 2.0 che, a partire da MySpace, ha acquistato di anno in anno il valore di “nuova prova ontologica dell’esistenza”: se non sei condivisibile in rete, semplicemente non esisti. Si tratta solo della fenomenologia di un approccio, il mio, al social network più chiacchierato del momento.

Il fatto è questo: di sociale, twitter, non ha tantissimo. Tu sei lì che ti scegli le persone da seguire e, una volta selezionate, te le ritrovi incolonnate sul lato destro dello schermo, le loro frasi che si susseguono così, senza criterio alcuno. Dopo alcuni momenti in cui ho guardato nel vuoto, la prima impressione a raggiungermi è stata quella di essere in una piazza enorme. Io sono lì, in mezzo a tutte queste personcine autorevoli (che io ho ritenuto tali, decidendo di seguirle) che chiacchierano e pontificano mentre io resto ad origliare. Se qualcosa mi interessa particolarmente posso riportarla retwittandola ai miei contatti(posso anche rispondere, certo, ma nuova del posto, sinceramente mi vergognavo). Non si può dire che Twitter istituisca una vera e propria rete, il suo funzionamento è molto più atavico e, a mio avviso, è per questo che ha avuto tanta fortuna: va a recuperare direttamente la dimensione dell’inciucio, nella quale, a silenziosa osservazione, da un punto nascosto della tua cameretta, segue immediata l’eco di ciò che si è ascoltato. L’andare a riportare.

Del tutto inutile, mi sono detta. E noioso. Ho chiuso e sono andata a dormire.

Il fatto più interessante, che non potevo prevedere, è accaduto questa mattina. Mi sono svegliata ad un orario piuttosto decente e allora ho acceso il computer per leggere velocemente i giornali. Con gesto neanche troppo automatico ho acceso Twitter e ho notato che i miei contatti si erano svegliati prima di me e avevano twittato brevi commenti affiancati da link che rimandavano agli articoli più interessanti della giornata appena iniziata. Una bella rassegna stampa devo dire, considerato che mi sono fatta follower di Riccardo Staglianò (LaRepubblica), Occupy WallStreet, Daria Bignardi, Einaudi Editore, Isbn Edizioni, Minima et Moralia e altre cose di questo tipo.

Il fatto che Twitter stia diventando di moda è un punto di forza (amplifica le notizie all’aumentare degli utenti) ma anche un punto a sfavore: bisogna stare molto attenti a selezionare le persone da seguire. Aggiungere persone senza criterio, porterà anche questo nuovo strumento alla deriva dell’autoreferenziale, come è accaduto con facebook.

E dannazione, come al solito mi sono iscritta troppo tardi, ho pensato.

Comunque, polemiche a parte, per adesso è ancora una figata.

 

p.s.: mi sento di ringraziare il mio amico Eugenio Lostumbo che con il suo reportage sui suoi primi giorni di Twitter(http://www.seroxcult.com/book/803-su-twitter-mi-sento-solo-di-eugenio-lostumbo.html) ha contribuito al mio primo log in.

 

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  Mi viene in mente questo una mattinata di marzo durante un seminario universitario su una riscoperta  rivista letteraria della prima metà del Novecento. Mi viene in mente questo dopo due ore passate ad ascoltare una lezione di malcelata letteratura italiana nostalgica tenuta da un Nome Accademico che in realtà ci era stata spacciata sotto il travestimento attraente di lezione sui “Metodi di Lettura”. Quello che io –quello che tutti ci aspettavamo, era qualcosa che avesse a che fare con la ricezione, con l’assimilazione, la rielaborazione di concetti dati; invece, nelle due ore precedenti al seminario, mi sono- ci siamo ritrovati davanti una serie neppure tanto innovativa di date, luoghi di nascita, pubblicazioni, che aprendo un Meridiano Mondadori o semplicemente cliccando su una pagina Wikipedia avremmo potuto ricavare da soli. Assimilare da soli, tornando a casa senza quella sgradevole impressione di doversi sollevare a stento dal desco con la pancia troppo piena di cibi stantii.

Non posso parlare in modo generico dell’Università Italiana e delle sue Facoltà, mi riferisco alla realtà che conosco meglio, quella delle Lettere. E sembra proprio che questo grande mostro soffra di piaghe da decubito, immobilizzato com’è sul suo divano comodo fatto di cuscini e coperte ricamate a mano, adornate in punto croce di parole come Fascismo e Antifascismo, voto alle donne, dopoguerra, letteratura di genere, canone. A proposito del #canone letterario poi, sembra che la fatica per costituirne uno ufficiale, guardando a ritroso attraverso i secoli impaginati, sia l’ostacolo più grande che impedisce a questi grandi accademici di vedere oltre. Anzi. Di vedersi addosso. Tengono le tavole della legge tra le mani, sono pesanti, sono così grandi che restringono il campo visivo: sono veramente pochi, i letterati accademici italiani, a sapere in che tipo di melma stanno tenendo a galla i loro piedi.

Come mai c’è così tanta ritrosia a parlare del nostro tempo?

Perché non può essere storicizzato, credo. Non ancora. E su ciò che ancora non è storicizzabile non può fondarsi un’autorità, un insegnamento. Non secondo il vecchio canone. Quello che si limitano a dire questi Nomi, questi vecchi performer arpionati ai propri rostri cattedrali, è che bisogna leggere i giornali di carta. Quanti di voi comprano un giornale in edicola ogni giorno?E si indignano del fatto che nessuno, tra le nuove generazioni, quotidianamente vada a sacrificare almeno un euro e cinquanta ogni mattina, moltiplicato per trecentosessantacinque. Si indignano e non chiedono, invece, quante persone seguiamo su twitter. Quanti quotidiani online abbiamo osservato nella nostra rassegna stampa dai cellulari, quanti blog letterari abbiamo condiviso sulla nostra pagina di facebook. Si ostinano a ripeterci quanto discriminante per una donna possa risultare il sentirsi chiamare professoressa, invece che professore o professora, quando la discriminazione più grande ai nostri occhi è quella che si interpone tra la loro cattedra e i nostri banchi, le nostre sedie scomode, o il pavimento, quando le aule sono troppo affollate.

Il giorno in cui prenderemo coraggio e solleveremo le mani al momento delle domande, il giorno in cui porremo loro domande intelligenti, chiederemo di diritto connessioni e obbligheremo nuovi percorsi verso nuove strade, allora saranno costretti davvero –questi Nomi- a posare le tavole di marmo che tengono tra le mani e oramai recitano a memoria. Guarderanno il pantano che gli arriva alle ginocchia e ci chiederanno di dar loro una mano a capire come sia potuto arrivare fin lì.

E noi li aiuteremo. Si comincerà in questo modo.

 

#Occupy-OurTime

 

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All’inizio, quando Stefano mi ha chiesto di andare a vivere insieme, ci ho dovuto pensare. Non che nutrissi dubbi sulla nostra relazione, parliamoci chiaro. Erano dieci mesi che ci stavamo frequentando, giorno più giorno meno, e comunque lo sapevo da subito che sarebbe stato l’uomo della mia vita. Questa cosa è vera anche proprio per il fatto che, al di fuori di lui, nella mia vita non c’è stato nessun altro. Però le cose succedono per un motivo –come mi ripete sempre Stefano -  e magari se avessi avuto altre storie, prima, se qualche dettaglio fosse stato fuori posto, ecco, magari non avrei ottenuto quel lavoro al supermercato. Magari non mi avrebbero dato il turno serale. Magari lui non si sarebbe fermato alla cassa, quasi in orario di chiusura, e non avrebbe provato ad indovinare il mio segno zodiacale. «Se indovino stasera vieni a cena con me» mi ha detto, poi ha aggiunto «acquario» e pensandoci qualche secondo in più ha scandito «ascendente cancro».

Più tardi mi disse che faceva il cartomante. Più tardi ancora, quando mi portò in casa, mi disse che la sua specializzazione era –«non ridere» aggiunse- nel campo della trance. E io risi, e si fece l’amore, poi lui si addormentò, prese a russare e io rimasi sveglia.

Era la prima volta che dormivo con un uomo. Sentivo il cuore battermi tra le gambe, mi chiedevo se mai gli fossi sembrata all’altezza. Nel frattempo –questa scena la ricordo bene- la luce del giorno cominciava ad entrare nella stanza e illuminava gli scaffali nella camera da letto. La casa di Stefano assomiglia a quella di uno studente fuori sede: le pareti bianco sporco sono nude, fatta eccezione per alcuni quadri di nature morte che puoi trovare in genere nelle trattorie di periferia. Il letto a due piazze occupa la maggior parte dello spazio, conteso solo con il mobile in compensato sul quale sono poggiati i suoi libri, e sembra dover cedere da un momento all’altro. Quella prima notte insieme, mentre lui dormiva, la spesi a leggere il dorso dei volumi: erano per lo più di testi sull’aldilà, spiritismo e tarocchi. Col tempo mi ha raccontato di più riguardo il suo lavoro. Magia bianca, benedizioni, scioglimento di fatture e magia rossa, legami ed innamoramenti, contatti con entità. Lavora in casa su prenotazione, spesso durante la notte. É per questo che all’inizio ho voluto pensarci su. Al vivere insieme, cioè.

«Sono tra noi, a volte sento il loro respiro sulla mia pelle, un profumo come di rose…» e mentre parlava gli occhi azzurri, acquosi, si riducevano a due fessure. «Devi stare tranquilla, non ti daranno fastidio se non ne avrai bisogno.»

Poi lui ha detto che avrei potuto lasciare il lavoro, che, insomma, avrebbe guadagnato abbastanza per entrambi. Che avrei potuto aiutarlo con i clienti.

Allora ho accettato.

«Solo» gli ho detto «non voglio avere niente a che fare con le entità». A me queste cose mi fanno paura. Ho fatto le elementari dalle suore, io.

Dopo neanche una settimana, qui, ho imparato a memoria le storie di tutte le persone che aspettano in salotto, in attesa che Stefano le riceva. Sono soprattutto signore di una certa età che desiderano entrare in contatto con i propri defunti, uomini che chiedono di essere aiutati a vincere al gioco, ragazzi che pagano il mio stipendio di un mese per riuscire a conquistare una donna. A volte qualche prete. Ma questo non dovrei dirlo.

I ragazzi e le vecchie si aprono, con me. Basta portargli un caffè e cominciano a raccontare. E’ così che ho conosciuto Savio. Savio è il mio preferito, ha circa ventun’anni; la prima volta che è arrivato qui mi ha confessato di aver preso i soldi dall’uomo presso cui prestava servizio sociale. «E’ paralitico, sta fermo a letto, riscuote una pensione che non può godersi» mi ha spiegato. «io gli porto il cane a pisciare e non si degna neanche di lasciarmi una mancia». Fatto bene, gli ho detto. Che l’amore è amore e i giovani si devono godere la vita. Questo lo dice pure Stefano.

 

Tre mesi che mancava, Savio. Dal corridoio l’osservo seduto sul divano del salotto: è più magro, il volto è scavato, sembra molto stanco. Mi domando come sia andata con quella Isabella. Isabella è la vicina di casa del vecchio per cui lavora lui. L’aveva vista la prima volta rientrare verso ora di cena, quando era andato a riportare il cane, una sera.

«Dovresti vederla…»mi aveva raccontato in sala d’attesa. «Fa la ballerina, ha un corpo che la notte mi tiene sveglio.»Era un mercoledì –questa cosa me la ricordo bene- Savio teneva stretta la busta con i soldi . Qui ci facciamo pagare in anticipo. Tremava. Lo rassicurai e lo accompagnai alla stanza delle sedute. Ho preso a cuore Savio, forse perché ho un debole per le storie d’amore, forse perché so come deve sentirsi una persona che vede la vita passare stando seduta sul fondo della sala, o peggio ancora, venirgli addosso, come solo sulla trasparenza. Ho pensato questo di lui dal primo istante, appena mi è comparso sull’uscio di casa vestito di tuta, camicia e peli di cane. Rimase chiuso lì dentro per un’ora intera, la prima volta.

«Ora che ho effettuato questo legame»-aveva detto la voce di Stefano attraverso la porta-«per i prossimi mesi cerca di frequentare un’altra. Fai in modo che sia una ragazza senza qualità particolari, sfogati in questo rapporto, coltiva l’indifferenza… al terzo mese, poi, dovrai trovare un motivo plausibile per allontanarla. Vedrai che con Isabella le cose verranno da sé.»

 

Mi avvicino con una tazza di tè caldo.

«Allora come è andata?Bentornato…»

Savio prende la tazza e non mi guarda.

«Bene.»Dice. Non mi guarda. Accenna un sorriso.

«E’ stato difficile?»

«Difficile, ma neanche poi tanto. Ha fatto storie, sì. Ha pianto.»-mi guarda in silenzio per qualche secondo Savio,-«Io non sopporto le donne che piangono».

«La conoscevi da molto?»

«Abbastanza. Una vecchia compagna di classe. Di quelle che non ti ricordi mai il nome, solo il cognome.»

«Capisco»

«Sai che mi ha fatto pure pena, alla fine?Ha detto che era anche colpa mia, era colpa di entrambi. Aveva creduto che io lo volessi… ma come si fa ad essere così stupidi?»

«Vedrai le passerà. Ora devi solo goderti quello che ti sei guadagnato. Del resto, se non fossi stato tu, sarebbe stato un altro. Glielo hai detto?»

«E’ stato un incidente, era così chiaro… così chiaro…»

Savio prende un sorso, oggi la mano gli trema perfino più della prima volta.

«Stefano dice che per rendere due persone felici una terza deve sempre soffrire.»

«Dolore di un attimo, felicità eterna… lo ha detto anche a me»

«Nessuno si pone mai il problema, quando la sofferenza è la nostra, credimi. E non sarai certo tu il primo.» gli dico. «Sei un bravo ragazzo». Gli accarezzo i capelli, poi lo accompagno alla porta dello studio.

Cerco di decifrare le voci dall’esterno, ma suona il citofono. E’ la vedova Sirigatti che viene a parlare con il colonnello, come ogni mese. La faccio accomodare. Oggi è martedì. Il martedì  e il venerdì sono dedicati alle entità. Quando mi riavvicino alla porta dello studio c’è silenzio, solo un mugolìo indistinto che mi fa paura e allora mi chiudo in cucina e preparo un altro tè.

Non passa troppo tempo che riconosco la voce di Savio. Sta gridando, le parole attraversano le pareti.

«Smettila! Falla smettere!»

Savio dice basta. Che vuole essere lasciato in pace. La porta della stanza si spalanca, violenta, avverto delle falcate pesanti lungo il corridoio, poi lo sbattere della porta d’ingresso. Quando metto la testa fuori dalla cucina, c’è Stefano pallido sulla soglia che mi dice di far accomodare la prossima cliente.  Mi chiedo cosa mai sia andato storto. Lui non ha voluto spiegarmi nulla. Anche per i cartomanti c’è una specie di giuramento d’Ippocrate, ha detto. Un lavoro come un altro, il nostro, come dal dentista. Così la vedova entra nella stanza, la immagino prendere posto sulla sedia di legno ai piedi del letto. A questo punto Stefano sarà già in posizione di trance, il che vuol dire che tra poco l’anima del defunto parlerà attraverso di lui. Di questo però non gli resterà memoria, dopo. Perde un sacco di energie, nell’attuare questa pratica. Gli preparo sempre una bottiglia di acqua e zucchero la mattina. Solamente il martedì e il venerdì mattina. Sono queste le giornate che dedichiamo al contatto con le entità. Riceviamo su appuntamento, pagamento anticipato.

 

 

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Giochiamo d’anticipo.

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VENTINOVE FEBBRAIO: PRESENTE! è il giorno del World Poetry Movement in tutti e cinque i continenti.

A Roma il reading si terrà presso il pub Le Mura, Via di Porta Labicana 24, Roma, dalle 8:30 in poi.

Per vedere lo streaming basta cliccare sul link sottostante.

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Seguiteci! Non ci sono scuse: siamo su facebook, twitter, youtube, giornali di carta e pure in streaming, dalle 22 di questa sera.

peace.

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