Prendi un giorno alla Facoltà di Lettere a Napoli, un’aula della Federico II, Romano Luperini.

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I brividi poi sono arrivati su quelle sei lettere, così, nel silenzio dell’aula gremita. A una, a una ce le siamo sentite cadere sulla testa, attraversarci le ossa, pronunciate una dopo l’altra dalla voce stanca del professor Luperini, a disegnare insieme la parola ultimo. Sarà questo, la sua raccolta di saggi: oltre a essere nuova, oltre a essere prossima, sarà anche l’ultima. E i brividi sono stati per quell’aggettivo altisonante masticato e sputato fuori da un corpo così fragile, al quale non avremmo attribuito mai il vigore di una simile consapevolezza. Invece no. Luperini ha detto ultimo e dietro un solo aggettivo si è dischiusa una molteplicità di mondi.

Arrivati  a questo punto è cosa fin troppo chiara che l’ingresso nel salone della grande letteratura e della grande critica non è concesso a tutti e non puoi fare a meno di pensare che il professore occupi il suo posto di diritto. E se magari ci sei arrivato per caso, dall’entrata sul retro, se magari eri un lacchè, ma hai fatto fuori un principe e poi ne hai indossato gli abiti, la meravigliosa giustizia delle lettere ha uno sguardo profondo e t’interrogherà e saprà giudicarti da subito, con un sorriso, perché è questa la sola cosa che un grande mecenate deve al suo giullare.

Ultimo ha detto il professore, perché non si inganna il tempo, gli anni sono passati e continuano a passare. Che senso avrebbe allora ingannare se stessi?

Ci sono stati giorni fatti di profonde relazioni.

Si è parlato di libri. Lettura come relazione di due entità: il lettore e l’opera. Critica come funzione pubblica di tre soggetti: opera, critico, destinatari dell’esegesi. Se a questo punto qualcuno avesse chiesto di cosa parliamo quando parliamo di letteratura, la risposta sarebbe stata: comunicazione. Non si tratta di spettacolo quanto di domande e risposte recepite ed elaborate a distanza di tempo, di secoli, a volte. E sempre valide. Non si tratta di status, ma di sopravvivenza.

Ci sono stati giorni di profonda comunicazione. Il critico come un giurista, come un sacerdote: commentava, riattualizzava, reinterpretava. E cos’era la citazione prima di essere sfoggio borioso di autoaffermazione? Un omaggio al testo e al pubblico, ecco cosa. Lo dice il professore. Dice: è il palmo scoperto delle mani, perché il lettore capisca che il critico non tradisce il testo ma lo rispetta fino alla sottomissione.

E più racconta queste cose, il professore, più si fa chiara dentro di noi la possibilità che in quella parola –ultimo- non sia coinvolto il vecchio uomo che la pronuncia, quanto il critico.

Esiste un nuovo modo di raccontare le cose e bisogna farlo con urgenza. Non bisogna aver paura di rinunciare alle note a margine: non dobbiamo-sembra dire- dimostrare a nessuno quanto sappiamo essere pedanti pur di affermarci sapienti. E soprattutto esiste un nuovo modo di guardare alla letteratura italiana, prima che sia troppo tardi, prima che muoia, dimenticata nel suo particolarismo, all’ombra delle sue campane di provincia. Perché un ragazzo dovrebbe conoscere Goldoni e non Baudelaire? Non si può più oggi prescindere dal concetto di letterature. Di Letteratura.

Lo dice il professore, lo dice piano e allora sembra perfino più solenne. Un testamento coraggioso che mostra l’umiltà di un grande studioso che si rimette in gioco costantemente. Che non ha paura di ricominciare da capo, dichiararsi inattuale e investire –partendo da zero-su strade diverse, non battute.

Anche Philip Roth ha annunciato lo scorso anno il suo ultimo romanzo, ma nessuno ha mai creduto al fatto che avrebbe per sempre smesso di scrivere. Neppure lui stesso.

E’ solo che il tempo della fiction è finito. Non c’è più spazio per decifrare le parabole. Si è fatto troppo tardi per recitare note a margine. C’è bisogno di sincerità e trasparenza, una letteratura che si faccia uomo e ci redima tutti, colmando la dicotomia tra mondo e libro che sono sempre stati la stessa cosa ma chissà perché, un giorno si è finito per dimenticarlo.

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images-13Forse perché oramai sono fuori dal giro di quel tipo di tempesta ormonale, ma non mi viene in mente nessun fenomeno pari a quello che investì il mondo delle teenager  con la comparsa sul grande schermo del divo Leonardo, in particolare tra il 1996 e il 1997, con Romeo+Giulietta prima e Titanic subito poi.

Parto subito col dire che non ero una fan di Di Caprio. Non tanto perché non mi piacesse, sia chiaro, quanto per lo stesso motivo che mi portava a preferire Mel B a Emma quando mi chiedevano quale fosse la mia Spice Girl preferita: spirito di contestazione. Okay, va bene, qualcuno ha avuto il punk, qualcun altro ha contestato col grunge. Io dal piccolo dei miei undici anni contestavo giustapponendo le foto di Brad Pitt in Sette anni in Tibet per dare un tono di maggiore spessore al mio diario, rispetto a quello della mia compagna di banco (sempre lei) imbottito come un panino di stickers e cuori con la faccia del ragazzino glabro e minuto di origini italiane. Come se non bastasse lei conosceva a memoria le battute delle scene madre di tutti i film dell’attore, le ripeteva in modo estenuante con le ragazze dei banchi accanto, dopo essersi scannate per decidere a chi sarebbe andato il ruolo di Giulietta.

Io non avevo visto nessuno dei film di cui parlavano tanto, quei film segreti, così difficili da reperire da Blockbuster o da qualsiasi altro affittacassette, ma a furia di sentirli nominare in modo del tutto passivo mi sono resa conto di aver maturato una discreta preparazione sull’argomento (sapevo vagamente che aveva interpretato magistralmente il ruolo di un handicappato strappalacrime in La stanza di Marvin o in Buon Compleanno MrGrape. Forse in entrambi).1679579-titanic

La parte più attiva che ho avuto nei confronti della Leo Mania è stata in occasione di un compito di musica in seconda media, quando la professoressa ci aveva detto di ricreare una canzone con il flauto e io avevo deciso di interpretare la colonna sonora di Titanic, che finì terzo posto a pari merito con il brano di Mission Impossible rivisitato alla diamonica. Per il resto, ogni volta che rivedo Leonardo Di Caprio non posso fare a meno di pensare a quella sorta di euforia, quella fibrillazione sociale che si scatenò tra le persone (non sempre solo ragazzine) all’uscita del film campione d’incassi di James Cameron. All’epoca, la città di Caserta non aveva un cinema. Non esistevano i multisala e per vedere Titanic una domenica pomeriggio, per molti weekend di fila io e la mia famiglia (tre macchine composte da cugini e zii, genitori e nonni) attraversammo circa tre paesi dell’interland prima di arrivare a Curti e riuscire a comprare gli ultimi dieci biglietti per l’ultimo spettacolo della sera. Tre ore dopo.

Quando fu il nostro turno a stento riuscimmo a trovare delle poltrone per sederci, perché la gente degli spettacoli precedenti giaceva stratificatasi in ogni angolo disponibile. Si erano accumulati davanti allo schermo, avevano preso servizio dal primo pomeriggio e si sparavano la pellicola per la terza volta in un giorno. In televisione programmi di costume come la Vita in diretta o Verissimo intervistavano in continuazione questo nuovo tipo di fenomeni da baraccone: gli spettatori multipli, coloro che vantavano un record di visioni superiore alla ventina.

Leonardo-in-Romeo-Juliet-leonardo-dicaprio-22665204-1392-596-714x305Mi sono chiesta se una cosa del genere oggi potrebbe accadere. Mi sono risposta che una cosa del genere probabilmente oggi non accadrebbe. L’euforia generale intorno al divismo si è spenta insieme a quel meraviglioso spirito goliardico che proprio sul divismo fondava le trovate più geniali: quanti avvistamenti fasulli sono stati fatti del personaggio in questione, quante false notizie sono state diffuse, quanti appuntamenti concessi a numerosi fan in determinati luoghi per poi svelare che si trattava semplicemente di uno scherzo.

No, niente da fare. Oggi una cosa del genere non potrebbe più accadere e per due ragioni, forse tre. Due di queste coinvolgono i social network.

Se penso alla mia vita senza la rete, in particolare senza la rete sociale, non posso far altro che ringraziare di non essermi trovata studentessa nel pieno boom del 2.0. Se oggi per consegnare un articolo alle cinque del pomeriggio ho necessità di cominciare la mattina alle nove, senza riuscire a fare a meno di controllare continuamente notifiche e bacheche, come avrei fatto a studiare cinque, sei ore di fila materie come greco antico e latino e preparare un paio di interrogazioni per l’indomani? Eppure, il mondo senza social, io proprio non me lo riesco a ricordare.

romeo-giuliettaQualcosa si affaccia alla memoria proprio ripensando a Leonardo Di Caprio col senno di poi. Probabilmente Di Caprio resterà l’ultimo vero divo e non per una questione di indubbia bravura, quanto per una questione di distanza: la distanza creata dalle notizie che arrivavano dai giornali, dai rumors che si formavano e si ingrandivano nell’etere delle chiacchiere da gossip, dalle fotografie ritagliate dai rotocalchi scandalistici. Questo era il vero fan: un collezionista, un Indiana Jones delle immagini, ricercatore indefesso di icone della divinità a cui dedicava il proprio culto con devozione infinita. La distanza. Tutto quello che i social network hanno colmato. La rivoluzione copernicana: il fan oggi produce tanto di quel materiale su se stesso da far concorrenza al divo; si promuove come lui e come lui vuole essere idolatrato. Vuole approcciarsi alla star da pari a pari, con l’implicita convinzione che si tratti solo di una questione di tempo, ma prima o poi emergerà anche lui/lei e allora ogni apparente differenza verrà a svanire.

D’altra parte i divi sembrano oramai non tenere affatto alla propria privacy e sono loro stessi i più spietati concorrenti dei giornali scandalistici: che senso ha una foto spixellata di Scarlet Joahnsson in bikini se lei stessa twitta un autoscatto in nudo semi integrale dal suo profilo personale?

La terza ragione, che non coinvolge i social network riguarda però sempre una novità della nuova generazione della rete, lo streaming. Oggi il vero fan non aspetterebbe mai ore e ore in anticipo davanti a un botteghino per accaparrarsi un biglietto del film che vuole vedere. Non c’è fretta di farlo, oltretutto. Il vero fan ha già visto il film in streaming sottotitolato almeno da un paio di mesi, in lingua originale.

Non voglio dire se questa modalità sia migliore o peggiore. Sotto certi aspetti- senza imbattermi in discussioni riguardanti il copyright- è bello pensare che la cultura, grazie alla rete, stia diventando accessibile ovunque e a tutti. Il problema è che questa grande rivoluzione tecnologica si accompagna a un’ingenua involuzione sociale nell’ambito della quale il divo viene fagocitato da un esercito di divinità minori, ciascuna delle quali crede di essere il solo vero dio.the great g. 11

Tra meno di una settimana in Italia uscirà il nuovo lavoro di Leonardo Di Caprio, Il grande Gatsby. Mi piace pensare che il grande rumore che si fa attorno a questa pellicola non sia solo una strategia commerciale per recuperare le grandissime spese di produzione che ci sono state dietro. Mi piace pensare che il pubblico di oggi, rivedendo il divo Leo di nuovo sullo schermo diretto dallo stesso regista di Romeo+Giulietta, possa riportare alla memoria le emozioni che sedici anni fa ancora ci era concesso di provare.

Poi basta. Poi si uscirà dalla sala. Si twitterà a caldo il nostro commento brillante. Si aggiorneranno i nostri status, si incrementeranno i nostri likes sulle pagina di Franzis Scott Fitzgerald e si andrà a casa, nella speranza che nessun altro ci abbia superato in sarcasmo.

 

 

 

 

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Uno dei problemi principali legati alla crescita, oltre al conto sempre aperto dall’estetista e alle bollette da pagare che si accumulano sulla expedit in cucina, è la “questione delle formine”. Da piccoli abbiamo queste gioiose formine di plastica colorate, se ne stanno ai nostri piedi, sulla spiaggia. Il mondo che queste formine ci promettono è fatto di animaletti, castelli, macchine pazzesche, conchiglie e sirenette. Bisogna solo riempirle di sabbia, esercitare una piccola pressione e poi sollevare la plastica con delicatezza. Il risultato non è mai uguale alle aspettative. Le delude, a essere onesti. A partire dal semplice fatto che la sabbia ha un tristissimo colore e più che emanare gioia, riporta al concetto di desertificazione, arsura, presa a male. Senza contare poi che la maggior parte delle volte alla zebra manca un orecchio, rimasto attaccato in un grumo all’interno della formina arancione; la stella marina è monca di un braccio; alla sirenetta probabilmente manca la testa.

La realtà fa schifo, non c’è dubbio, ma l’aspettativa contribuisce a renderla peggiore. L’ammazza. Non tutti hanno il culo di Colombo, che andandosene a cercare l’India ha avuto la delusione più desiderabile della storia, quella cioè di scoprire un nuovo continente.

Beverly Hills 90210 - foto di gruppo

I telefilm americani hanno contribuito un sacco alla deriva delle Attese, soprattutto in campo sentimentale e dal punto di vista delle ragazze. Ho iniziato a pensare a questa cosa dopo aver visto una serie di spezzoni voyeuristici sulle coppie protagoniste di Beverly Hills 90210. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata una scena tratta dal grande libro delle scene del liceo:

Se l’avesse dipinta Seurat l’avrebbe chiamata Ragazze parlano di sesso sottovoce all’ombra del canestro sul campo di Basket.

Amica 1: Ragazze, ho scoperto una cosa pazzesca.  M******a ha confessato a Rosalba di averlo fatto per la prima volta con D****O.

Amica 2: Ma veramente? Incredibile, ma stanno insieme solo da un anno.

Amica 3: Quando è successo?

Amica 1: Pare il mese scorso.

Amica 2: Eppure lei non mi sembra cambiata, non ha quella luce negli occhi…  .

 In questa scena ci si potrebbe focalizzare su una serie di cose. Si potrebbe obiettare per esempio sulla pericolosità dello starsene a chiacchierare sotto un canestro, o sulla sessualità repressa delle tre amiche che invece di imboscarsi con qualcuno “dietro, ai motorini” se ne stanno a discutere dell’attività fisico-ormonale di una loro compagna. Quello che però mi importa in questa sede è proprio evidenziare come “la questione delle formine” creerà un mucchio di problemi ad Amica 2. Avrà una grandissima delusione d’amore quando scoprirà che il tipo che ha conosciuto in estate e al quale ha deciso di concedersi dopo lunghe resistenze in realtà non diceva sul serio quando le ha sussurrato “Ti amo”. Soffrirà incredibilmente quando, dopo il grande passo, lentamente le loro telefonate si faranno più brevi fino a sparire. Si sentirà di aver sprecato un’occasione quando, abbandonata e sola, ripercorrerà nella mente la scena della sua prima volta nel capannone degli attrezzi del bagnino e si renderà conto che non c’era neanche una candela in quel momento, a sottolineare l’atto del sacrificio della sua purezza.

Ma non è colpa di lei, non della ragazza, né della sua ingenuità. Men che meno del ragazzo che l’ha mollata (come biasimarlo, infondo?)

Il problema è del governo americano e di ciò che ci ha fatto credere attraverso quella subdola forma di neo-neocolonialismo che tutto il mondo occidentale ha subito e continua a subire con le fiction televisive per adolescenti.

images-10Parliamo di Beverly Hills 90210. Un’epopea storica, trattato enciclopedico di nozioni sociologiche e sessuali. Facendo un giro su Youtube, oltre a interi episodi cult, ci sono scene romantiche fatte apposta per nostalgici guardoni e presentate con titoli del tipo “La prima volta di Brenda e Dylan”, “La prima volta di David e Donna”, “Brandon il mattino dopo la sua prima volta”. Sono video esilaranti, vi consiglio di vederli. Oltre a jeans dalla vita improbabile e capelli che ancora non riuscivano a liberarsi di residuati anni Ottanta, il binomio prima volta + accensione di ceri/allestimento di un’alcova lussuosa sembra costituire un topos cardine all’interno della tematica sessuale nei telefilm in un mondo dominato dalla mentalità bigotta e puritana dei ricchi americani che producono quei telefilm. Beverly Hills, in particolare, è una serie mandata in onda a partire dal 1990 e sceneggiata nel 1989, ancora dunque sotto la presidenza Reagan, l’uomo che, dovendo interpretare in un film il ruolo di Presidente U.S.A., ha ben pensato di farsi eleggere sul serio per lavorare sulla naturalezza. Cosa vuol dire questo? Che le puntate di Beverly Hills sono senza dubbio contaminate da una politica federale  che ha a cuore -come un genitore autoritario- che i loro figli restino lontani dall’accoppiamento per evitare l’Aids e gravidanze indesiderate, a patto che non siano coinvolti studenti di Harvard. Come si spiega altrimenti il dialogo della clip intitolata “Brenda lascia Dylan”?

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Situazione: macchina decappottabile. Brenda e Dylan, fidanzati da un po’, hanno fatto sesso dopo il ballo scolastico in una camera d’albergo. Brenda dice a Dylan che è confusa, che non se la sente di portare avanti il rapporto (con l’uomo più desiderato del 1991!) per via della nuova piega che ha preso (ovviamente quella in cui si smette di telefonarsi per la buonanotte e si risparmia sulla conversazione passando ai fatti).

Il dialogo è del tipo: Dylan ti lascio perché- dopo averne parlato con mia madre, dopo essermi preoccupata della pillola, dopo aver preso altre precauzioni, dopo essere andata dal ginecologo- io sono molto confusa.

Beverly Hills nasce con intenti educativi perché è l’unico modo per inserire la pubblicità redditizia, impossibile invece da includere nelle lezioni di educazione sessuale nelle scuole.

Tornando alle turbe sentimentali di Amica 2, questa sorta di romanticismo nato in seconda istanza dal bigottismo della Upper Class americana post-reaganiana, è il diretto responsabile per aver deluso e illuso le aspettative di milioni di ragazze che nel mondo si sono appassionate alle storie di sedicenti coetanei creati appositamente per reggere il meccanismo di identificazione.

500fullCon l’affacciarsi delle istanze democratiche di Obama lo scenario, ovviamente, è cambiato, e una certa forma di promiscuità si è fatta avanti. In una delle prime puntate di Gossip Girl, infatti, Blair (che dovrebbe essere la protagonista precisina di buona famiglia) consuma la sua prima volta sul retro di una limousine non col suo fidanzato storico, ma con il cattivo di turno, Chuck Bass. Per di più senza averlo programmato.

In mezzo a questi due estremi, cosa resta? Me lo sono chiesta e la risposta è stata immediata. Ho rivisto col senno di poi un mucchietto di puntate di Dawson’s Creek, la serie famosa per attori di mezza età che interpretavano adolescenti, facce buffe in scene di pianto e sdoganamento del ruolo della Milf, che a troppi anni da Il Laureato era stato un po’ messo da parte. In realtà è stato difficile districarsi tra quei verbosissimi dialoghi senza capo né coda dove l’adolescenza è rappresentata come un’eterna e lunghissima subordinata coniugata al congiuntivo. Anche qui il rapporto sessuale e quello amoroso restano intrisi di una patina di retorica fastidiosa e irreale (Pacey e Joey stanno tre mesi soli su una barca a vela e non fanno nulla perché lei non si sente pronta). Tuttavia c’è qualcosa che negli altri telefilm non c’era, un grande assente che arriva  a fare la sua comparsa: il bacio.Thekiss

C’è così tanta pressione nell’idealizzare il concetto di prima volta, di rapporto sessuale in generale, così tanto godimento nel presentare trasgressioni a tutti i costi, che molti sceneggiatori hanno omesso di raccontare quanto romanticismo, passione e sensualità possono esistere nel semplice atto del bacio. Questa cosa in Dawson’s Creek succede. E non delude. Perché i baci in realtà raramente deludono, e oltretutto non hanno bisogno di candele, perché non presuppongono alcun tipo di scenario, solo un paio di visi un po’ tremanti che non vedono l’ora di scontrarsi.

Andiamo a baciarci subito, quindi.

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Comunque una volta che cominci è veramente difficile smettere. Questa pratica di riguardare certi video che solo una dozzina di anni fa potevano sembrare troppo giusti e adesso sono buffi quanto una bambina che indossa i tacchi della mamma di cinque misure più grandi della sua.

I video delle boy band di metà anni Novanta sono stati a lungo il surrogato dei filmini pornografici o di una lezione di educazione sessuale, per le signorine che ancora non capivano bene cosa sarebbe accaduto lì sotto di lì a poco, nelle loro mutandine a righe dell’Ovviesse. Del resto, lo showbiz lo sa bene che giocare con ammiccamenti e celate allusioni sessuali per attirare un pubblico in tempesta ormonale, equivale a sparare sulla crocerossa. E lo showbiz non è famoso per essere un obiettore di coscienza.

Backstreet Boys

Io me lo ricordo, alle medie: avevo una compagna di banco che riempiva ogni superficie disponibile, dal banco ai quaderni, al diario (grosso e gonfio, che all’epoca voleva dire che eri una ragazza trendy – e, a proposito, quand’è che è morta questa parola? Grazie a dio l’hanno fatta fuori.) insomma riempiva questo diario con la sigla BSB.

Stava per Backstreet Boys, che  se ci riflettiamo un momento vorrebbe dire “I ragazzi della strada del retro”. Una sorta di edizione adattata per pre-adolescenti del California Dream Men, forse, che in quanto maggiorenni potevano permettersi invece di battere sulla strada principale. Una sorta di Moby Dick dove non muore nessuno, ma la Balena e il Capitano finiscono col diventare superamici, con la promessa di mai più utilizzare l’espressione irrispettosa “corpo di mille balene”. Mentre insomma con le cuffie me ne stavo a guardare questi video sono inciampata nello storico clip del singolo As long as you love me. Non si può non averlo presente, perché quel video ha segnato atteggiamenti e modi di vestire che fino almeno all’uscita di Matrix sarebbero stati duri a morire, soppiantati invece da occhiali a specchio e cappottoni lunghi fino ai piedi. Sto parlando proprio delle camicione aperte e magliette a maniche lunghe che coprono le mani fino alle nocche; sto parlando proprio dei  capelli lunghetti con il ciuffo a cuore sulla fronte; sto parlando proprio dell’esplosione della sedia come elemento centrale delle coreografie di ogni balletto coinvolto nel binomio musica pop-televisione.

Ci sono cinque ragazzi che fanno un provino al cospetto di queste donne manager seriose che devono giudicarli. Questo è il succo. I giovani si mettono in gioco, cantano esplodendo in mugolii e occhiate sexy e imploranti, sguardi da cucciolo indifeso che implicitamente stanno chiedendo “ti prego, dammi una chance, non rimandarmi sulla strada del retro, lì è buio e c’è freddo”.

Grandi momenti. Davvero.

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Ero così coinvolta in quegli anni, oltretutto, da non aver mai notato l’elemento esoterico presente in quel video: la stella di David che c’è sulla porta dalla quale, a fine provino, gioiosamente se ne escono via tutti.

Mentre rifletto sui possibili significati di questa faccenda, sulla colonna di destra di youtube attira la mia attenzione un fatto: il sito mi sta suggerendo un altro video, omonimo, ma meno comunista e meno incline alle ammucchiate di gruppo. Il cantante è infatti uno solo, si chiama Justin Bieber e la sua donna non la vuole condividere con nessuno. Men che meno essere scelto da lei: è lui che sceglie, e quando vuole una, non ci sono cazzi. Se la prende.

235979292_640Probabilmente passa anche da questa parte la differenza tra i preadolescenti che siamo stati e quelli che invece sono adesso. Dov’è finita quella ingenuità romantica, stilnovista –mi azzarderei a definire- che portava i Backstreet Boys a omaggiare con danze e versi musicati le donne altere, al cui giudizio era affidato un potere non indifferente sulle loro vite ( e sulle loro carriere)? Quello stilnovismo che faceva ruotare la poesia attorno al campo semantico dello sguardo, facendo passare tutto attraverso gli occhi, primo filtro dell’innamoramento?

I’m leavin’ my life in your hands

People say I’m crazy and that I am blind

Risking it all in a glance

And how you got me blind is still a mystery

Il titolo della canzone è la sola cosa che il pezzo di Justin Bieber e quello dei BSB hanno in comune. Già semplicemente dal ruolo della giovane star nel videoclip si può intuire che qualcosa è avvenuto, qualcosa è cambiato nella posizione dell’innamorato nel corso di una decina d’anni: non più servo d’amor timido e impacciato, ma un Rambo sicuro di sé che si lancia alla liberazione dell’amata tenuta segregata dal padre in casa, perché oltre un certo orario non è bene che si esca, e il ragazzino, l’ha capito bene il signor genitore, finirà col farla soffrire, perché lui stesso da giovane era fatto della stessa pasta. Il video, tuttavia, più che riecheggiare alle ancora romantiche fughe domestiche di Happy Days, sembra un promo interventista per indurre inconsciamente cervelli ancora non votanti a pensare che la guerra contro il medioriente, la Corea del Nord, il terrorismo, i vegani, i pacifisti sia cosa buona e giusta.

justin-bieber-as-long-as-you-love-me_thelavalizardSparisce il campo semantico dello sguardo, dunque, subentra quello dei metalli preziosi:

 As you love me we could be starving,

We could be homeless, we could be broke

As long as you love me i’ll be your platinum, i’ll be your silver, i’ll be your gold

 Non è certamente una novità che le nuove generazioni siano più precoci e la perdita di innocenza si stia spostando sempre più a ritroso. Ciascuna preadolescenza ha avuto i suoi miti per cui dichiararsi fan nel più stretto senso del termine, ovvero fanatics. Questi anni Dieci però rischiano veramente tanto. Sia i BSB che Justin Bieber ci credono  un sacco quando fanno quelle facce sexy davanti alla telecamera. Non hanno un briciolo di ironia né di consapevolezza, non pensano cioè che tutto quello spostamento di sedie e fughe da Alcatraz stia avvenendo per una fascia di ragazzine che li renderanno ricchi coi soldi della paghetta.

Non pensano minimamente che quando quella porzione di adolescenti passerà alla vita adulta le loro carriere saranno finite, pronte a essere scalzate dalla prossima teen-popstar di turno, adatta a nuove teenager diverse da quelle di qualche anno prima.

blink182+BlinkA interpretare la controparte, a sdrammatizzare questi atteggiamenti in modo irriverente e catartico a fine anni Novanta ci sono stati i Blink 182, band semi-demenziale definita punk in modo discutibile, ma particolarmente azzeccato se si prende il lato dissacrante delle loro performance (vedi il video di All the small things). Justin Bieber non vive in un mondo che riesce a fare lo stesso. Anche i gruppi che oggi si definiscono punk non riescono a essere autoironici. Billy Joe dei Green Day si è trasformato in belloccio truccato, quando nessuno dei testimoni oculari del tour di Dookie ci avrebbe mai scommesso una lira.

Si ha troppa paura di sembrare perdenti davvero, giocando a fare i perdenti. Questo dicono i fatti. Ci sarà a un certo punto una grande deflagrazione di belli e soltando i Nerd sopravviveranno. I Nerd e Beavis e Butthead.

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show_image.phpImprovvisamente: l’odore intenso delle fragole, alla cassa del supermercato. Ha seguito di poco quello dei fiori d’arancio, di cui qualche settimana fa si sono riempite le strade della sera. Non mi piacciono  particolarmente le fragole, ma le ho comprate d’impulso. Nella loro vaschetta di plastica trasparente mi hanno fatto compagnia lungo tutto il tragitto che mi separava da casa. È in momenti come questo, quando l’estrema serenità sfiora la soglia della noia e quasi si tramuta in angoscia, che mi sforzo di fare un gioco. Un gioco che mi viene sempre difficilissimo.

Facciamo che sono una ragazza che vive in una soffitta di Garbatella col suo fidanzato musicista, appassionata di letteratura, passa tanto tempo a leggere senza dare troppa importanza a quello che accadrà domani. La sola verità assoluta è che il futuro non esiste, il tempo va impiegato lentamente, ora dopo ora. E si sta bene.

Riesco a interpretare questa parte per un massimo di due ore, non di più. Lo sforzo richiesto è alienante, a rifletterci bene: un metodo Stanislavskij applicato all’infinito per essere dimenticato, lasciandoti stagnare in quel ruolo da commesso, che all’inizio interpretavi solo per meglio entrare nel personaggio di un copione che non verrà mai messo in atto.

Game Over. La ragazza del gioco queste cose non dovrebbe pensarle. La ragazza del gioco mangerebbe le fragole, ne prenderebbe una dalla vaschetta gelata, che nel frattempo ha conservato in frigorifero, e uscirebbe sul terrazzo a dare il primo morso alla primavera che è un po’ anche estate di ghiaccioli alla fragola. Si sta bene così, a godere del presente della soffitta. E quindi, da capo.

Insert coin. Press start. Player 1.

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Questo articolo è apparso in forma ridotta sulla rivista Orlando | Esplorazioni con la bellissima illustrazione di Eleonora Antonioni.

Soltanto la città di Napoli può vantare una statua equestre che abbia effettivamente fatto un po’ di metri al trotto. Precisamente da piazza Municipio a piazza Bovio. Si tratta di Vittorio Emanuele II, che da cavallo scruta a mento alto in direzione della stazione, meglio conosciuta come piazza Garibaldi, per via della statua di bronzo dedicata all’eroe dell’Unità d’Italia. È successo nel 2010, al termine dei lavori della nuova fermata metro Università. Un sacco di tempo che non si vedevano, gli eroi. Che si saranno detti?

Il re è arrivato luccicante, in pompa magna, planando a volo di rondine dal lato opposto di corso Umberto. Lo sosteneva un’imbracatura speciale, come nei migliori trucchi da teatro. Avrà dato uno sguardo a distanza in direzione dell’altro bronzo, quello del condottiero; me lo immagino entusiasta, Sua Maestà, contenuto-il sentimento- entro i confini dell’etichetta. Poi avrà strizzato gli occhi una, due volte: non è conveniente che un eroe della Patria se ne stia ricoperto di cenci e vestiti vecchi. Questo avrà pensato la testa coronata, e avrà storto il naso pure, ci scommetto. L’altro però -sotto la barba rugginosa e crespa di qualche settimana- rilascia alla piazza un ghigno nascosto che sa di provocazione. Si trova a suo agio. A Napoli più che mai, gli occhi puntati verso i binari dei treni, anzi, si direbbe quasi sul tabellone delle partenze. Questa storia dello stare fermo in un posto, a Giuseppe non è mai andata a genio. A lui piace la differenza, i popoli, le culture, il sudore che sa di anelito libertario. Gli piace la gente che sosta alla base di marmo che lo incatena a terra, in uno dei due fuochi della piazza. Gli ricordano i suoi viaggi, ora che non può più andare troppo lontano. Ah, ma se potesse.

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Garibaldi a metà tra il beat vagabondo e l’avventuriero. Andare dove non importa, ma bisogna farlo. Senza quella storia della pace e dell’amore. Per quello sì, anche ci sarà posto, ma solo dopo aver conquistato il diritto alla libertà col sudore e col sangue dei patrioti. Come Kerouac, Garibaldi è stato in primo luogo un marinaio. Sulla nave del padre si era fatto le ossa ai venti del Mediterraneo. Come Ginsberg è stato scomodo perché ha osato essere troppo sincero. Come Hemingway si è buttato nelle guerre dalla parte dei popoli oppressi contro gli stati oppressori. Guerre intestine. Il curriculum di liberatore si faceva sempre più lungo, mentre l’uomo con la camicia rossa si faceva sempre più star. Veramente. Quando arrivò in Italia e la monarchia Sabauda lo nominò generale dell’esercito piemontese a capo dei Cacciatori delle Alpi, il condottiero dei due mondi era famosissimo. Così famoso che (senza neanche l’ausilio della rete) notizie di lui giunsero all’orecchio di Abramo Lincoln, che si fece in quattro per averlo nel cuore della guerra di secessione americana: il nostro rifiutò. Una vera star avrebbe accettato solo un ruolo da protagonista, il comando di tutte le truppe dei nordisti, che ovviamente gli fu negato. Quindi niente di fatto.

Tale premessa, per riflettere sopra una questione: sono più di cinquanta le città d’Italia che vantano di aver offerto ristoro a Giuseppe Garibaldi. Chi per una notte, chi per un pisolino, chi per un pasto e una pennichella digestiva: i luoghi che si contendono il passaggio dell’eroe coprono tutta la penisola in modo uniforme, dalla A di Assisi alla S di Sassari, dal Nord al Sud e viceversa. Dal 1848 al 1868 questi luoghi hanno offerto ospitalità all’uomo più celebre di quei tempi, conosciuto in ben due continenti, interlocutore dei potenti e delle masse. Ancora oggi quelle dimore, conosciute proprio come Dimore di Garibaldi, recano la targa in marmo a segnarne il passaggio. A vederle d’insieme sembra quasi che l’eroe abbia passato più tempo a dormire e ristorarsi che a combattere e unificare.

Ma quanto patriottismo nascondono davvero quelle targhe? Non sono forse più vicine alle fotografie esposte nei ristoranti dove il pizzaiolo ha la foto con Pavarotti o Bill Clinton? Tutti quanti volevano poter dire di averlo conosciuto, di essergli stati vicini, di aver contribuito alla causa comune, ma soprattutto alla sua, quella dell’Eroe. A metà tra il Gesù Redentore e un hipster cosmopolita, Garibaldi s’è conquistato l’affetto del popolo con la sua aria da alternativo carismatico. Uno a cui non si sarebbe mai chiusa la porta in faccia, un appeal su cui –potrei scommetterci- il generale amava giocare. Perché lui una casa ce l’aveva. Pure una di quelle da far invidia agli attori di Hollywood. È ancora lì, a ridosso di una baia sull’isola di Caprera, nell’arcipelago della Maddalena, bianca, esotica, che si staglia tra la vegetazione e il cielo come una di quelle fattorie nella pampa, in America del Sud, con i gauchos e tutto il resto. E figurarsi se al grande generale i Piemontesi non avrebbero fornito un alloggio più consono ai suoi gradi. Lo guarda da lontano Vittorio Emanuele, così, soddisfatto e sprezzante al tempo stesso con la superiorità di chi non si è sporcato le mani ma comunque ha fatto il suo. Probabilmente Sua Maestà non approvava quella scelta dell’andare a casa della gente, questa cosa del dormire un po’ dovunque. Non una casa, ma molte. Non un solo luogo ma il mondo. Si sarebbe chiamato coach surfing nel XXI secolo, ma questo nessuno poteva saperlo. La pratica sempre più diffusa di viaggiare chiedendo ospitalità sui divani della gente che ti accoglie, rinvigorendo così il sacro e archetipico rito dell’ospitalità. Si fanno nuove conoscenze, ci si racconta storie, ci si scambia impressioni di mondi lontani come figurine su un tavolo. Celo, manca. Garibaldi aveva capito tutto. L’ospitalità unisce le persone prima di tutto il resto.

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27032013190Non lo so, non me lo ricordo com’è uscito in mezzo. Eravamo tutti là, nell’anticamera del mattatoio, il luogo circoscritto entro cui ci avrebbero giudicato per ciò che non siamo. Quanto può essere sincera una presentazione di noi stessi (siamo quello che sappiamo) se viene allestita con la finalità di apparire al meglio? Esami di dottorato. Dovrebbero sceglierci, uno per uno, spiandoci nelle nostre case. Oppure no, oppure, che ne so, camuffarsi e venirci a prendere mentre siamo al bar, a discutere accesamente sulle pagine culturali di un quotidiano. Chi se lo merita e chi no: per dedizione, per trasporto, per passione.

Ma non funziona così, e forse, anzi, è meglio. Sono io che sono una stupida. È meglio. La mano ferma di uno scienziato ci vuole, mica di quelli che come me se ne stanno succubi al cuore. Detesto questa cosa. La trovo infantile. Ma è meravigliosa. Come l’infanzia: la detesto ed è tuttavia meravigliosa. E non starò qui a elencarne i motivi noti a tutti, che vanno dai kinder fetta al latte trangugiati fuori orario senza falso pentimento, agli amici immaginari, passando per l’eterna serenità dovuta all’ignoranza di quanto accade fuori i latifondi della Mattel.

 Vorrei essere seriosa. Le persone seriose e difficilmente entusiaste sembrano più intelligenti. Magari lo sono. Anzi: lo sono certamente. L’entusiasmo è un modo di vedere le cose senza scorgerne la fine, una prospettiva disegnata a mo’ di esercizio di stile, laddove l’epilogo è reso in fondo alla tela, un po’ annebbiato, sfumato fino a perdersi del tutto. Le persone seriose sono più intelligenti perché calcolano freddamente quanto sia inutile perdita di tempo il vivere entusiasti per qualsivoglia avvenimento, avvento, avventura. Tutto quello insomma che deriva da AD + cadere addosso. Il lieto fine dipende solo dal punto in cui tagli le riprese.

Se fossi seriosa allora sì, che dimostrerei la mia età. E non ci sarebbe neppure bisogno di mettere sempre i tacchi (che certe volte sentirsi adulti è un suono, solo un suono, alternato: destro e sinistro. Un giorno me lo disse Elena e da allora penso sempre che è vero). Questi tacchi che mi fanno un male atroce, proprio oggi, soprattutto oggi, che ci ho camminato a passo spedito lungo tutto corso Umberto, dalla stazione, fino all’università, Porta di Massa. È dalle sei che sono sveglia. E con questo dolore ai piedi ho detto che sì, volevo aggiungere qualcosa allo scritto, già che c’ero. Marinetti eccetera. Apollinaire, Starobinski. Il mio progetto di ricerca, parla di lei, della musa, tra arte figurativa e poesia. Come il clown di Starobinski.

Cosa c’entra Starobinski? Mi scusi, non la stavo seguendo.

Mi ha risposto così, il signor presidente della commissione. Cinque minuti mi aveva dato per spiegare e neanche mi stava seguendo.

Fossi stata meno entusiasta avrei risparmiato il tempo dedicato ai grandi respiri felici, nel parlare di quello che amo.

Fossi stata meno entusiasta sarei risultata seriosa. Quindi più grande. Quindi affidabile e giusta. Ma invece no, neppure quel dolore ai piedi, le scarpe strette che mi pompavano di più il sangue al cervello, o me lo trattenevano. Non lo so, qualsiasi cosa facessero col mio sangue, non sono poi servite a molto. Una sedicenne, ecco cosa. E le sedicenni non vincono dottorati. Devono prima passare per la maturità.

Ma una volta fuori dal mattatoio delle dita puntate contro, ho tenuto gli occhi bene aperti. L’ho cercato senza dirlo a nessuno, ma quegli occhi aperti già tradivano i miei propositi nuovi di inamovibile scienziata.

Borges, maledetto, perché mai anche tu ti sei messo a dire che la cosa migliore che possa capitarci sia disimparare a sperare? Borges maledetto, io ti odio, ti odio perché amo così tanto tutto quello che tu hai amato.

Però con gli occhi aperti io l’ho vista, quella luce, negli occhi del ragazzo che parlava di Contini. Negli scritti, quella sua sottile intelligenza – diceva. Solo io l’ho capito, in quel limbo delle attese, mentre sulle nostre teste incombeva la minaccia dell’ora dell’accademico giudizio. Magari solo io ho saputo leggerlo, quel respiro così simile al mio. E mi è piaciuto così tanto, mi ha reso così felice, mostrandomi un pezzo tanto bello di mondo sostenuto da ammirazione e incanto.

Non gliel’ho detto a quel ragazzo, non subito, poi sì. Che di certo non mi ha salvato dal dolore ai piedi. Che per colpa sua continuerò a portare i tacchi. Sarà tutto lì, il mio trucco, per dimostrare finalmente la mia età. Nessun altro compromesso di sorta.

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Uno poi dice gli armadi. La soffitta, è la soffitta, la risposta! Avevo intenzione di farlo da un po’, l’ho fatto oggi. Ero da sola in garage, ho tirato giù la scala di ferro massiccio e, come il tale che si è avventurato sopra la pianta di fagioli, mi sono arrampicata nel regno della polvere, ogni gradino un anno in meno, fino al 1997 e più. Sapevo che erano lì. i miei diari. Li avevo visti sbucare qualche tempo fa, ma con me c’era mio padre e non avevo avuto il coraggio di aprirli. La paura principale, lo ammetto, era quella di trovarmi antipatica. Scoprire, a anni di distanza, che in un ipotetico incontro borgesiano con la me di quindici anni fa, l’adulta avrebbe trovato saccente la piccina, la piccola avrebbe trovato seriosa la grande. Sono veramente contenta di constatare quanto il demenziale che c’era in me sia riuscito a mantenersi costante. Gli indizi che ho ritrovato nel mio viaggio nel tempo li ho fotografati al buio, e sono inequivocabili. Stando ai seguenti reperti, infatti, la mia infanzia ha conosciuto:

1. una strana passione per gli audiolibri in musicassetta;

2. un’ancora più strana passione per l’improbabile mix musicale Ricky Martin- Wolfgang Amadeus Mozart;

3. il maldestro proposito di coltivare un hobby;

4. un discutibile innamoramento per il cantante dei Savage Garden (che nella foto è messo in evidenza da una freccia e da un signorile apprezzamento).

E su questo reperto aprirei una piccola postilla. Il diario di seconda media mostra alla pagina accanto un grossolano tentativo di superare il compito di scienze  tramite l’utilizzo di post it poco pratici ai fini di un inganno ben ordito. Il testo di Truly, madly, deeply attesta quanto le mie energie mnemoniche fossero state orientate sull’imparare a memoria la canzone piuttosto che le leggi di Archimede.

5. Non voglio commentare l’ultima foto. Ho mantenuto il primo scatto per quanto rovinato dal flash, ma mi piaceva l’alone mistico che conferiva alla figura ritratta.

Giacobbo, mi fai un baffo.

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E infine

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images-5Lena Dunham. Ciao. Ho appena finito di vedere la seconda serie di Girls. Mi ci sono messa ogni martedì-mercoledì, così, sul divanetto della cucina, aspettando che qualcosa accadesse. Ma niente. Lena Dunham: tu ti spogliavi solo. E non dico spogliarsi come probabilmente avrà fatto una volta la Carfagna. Che –a proposito di lei, cara Lena Dunham- ho capito che abbiamo letto lo stesso numero di Grazia. Quello in cui una make up artist ti insegna come truccarti per ottenere un determinato effetto. Fragile, femminile, sincera: solo rimmel. Passare solo rimmel sopra e sotto, sulle ciglia. Mara Carfagna. L’ho sgamata.

Ma torniamo a te, Lena Dunham. Nella prima serie mi avevi illuso che potevo aspettarmi grandi cose:

 

  • dai tuoi outfit vintage;
  • dal tuo rapporto con Adam;
  • dalle scene di feste sfascione ambientate al Greenwich Village;
  • dal personaggio anticonformista di Jessah.

Niente di tutto questo. I vestiti non c’erano perché eri sempre nuda. Una nudità che su vari blog è stata spacciata per femminismo, ma che -alla luce di alcune ultime riflessioni- oserei definire piuttosto una nudità futurista.

Oltraggiosa.

largePerché il nuovo femminismo è quello delle femen, che sono delle gran fighe e il senso delle loro azioni sovversive è quello di usare il loro (bel) corpo non come merce ma come veicolo di protesta. Tu vai oltre, Lena Dunham. La tua nudità è avanguardista. Schiaffeggia il pubblico medio traumatizzandolo sull’unico aspetto che oramai è rimasto sensibile al trauma: vedere un corpo brutto in televisione.

 Come certi spettacoli di teatro futurista in cui un attore se la prendeva a morte con uno spettatore a caso e poi si scusava ammettendo di aver sbagliato persona; come certi ricchi conservatori di alta borghesia che si ritrovano incollati letteralmente alle poltrone. In un mondo televisivo di zapping patinato, Lena Dunham, tu hai portato le tue natiche flaccide in faccia alle retine educate da anni e anni di devozione al Bello e al Dio Botulino.

Girls Season 2La seconda serie di Girls è stata una profonda delusione. Però ti devo ringraziare lo stesso, cara mia. Hannah Banana ripete così tante volte di essere bella, confermata dalle dichiarazioni di ciascuno degli altri protagonisti, che uno poi finisce col crederci. Senza neppure sentirsi buonista.

Io ho finito per crederci. Con un meccanismo molto più onesto di quello che ogni donna ha provato nei confronti di Sara Jessica Parker aka Carrie Bradshaw. La signorina di Sex and the City era sotterrata da meravigliosi abiti di marca, che costituivano l’ottanta percento della sua personalità. Non si può dire lo stesso per te: nuda per la maggior parte delle puntate, hai fatto delle tue peculiarità la tua forza. Credere in se stessi perchè ci credano gli altri. Non ho ancora deciso se è una cosa giusta e nobile oppure squallida: applicare le strategie di marketing al proprio corpo.

Per ora parteggio per la prima ipotesi. Tu però rivestiti, per favore. Che potrei cambiare idea. Voglio dire: il messaggio è passato a sufficienza. Applausi. Vernissage.

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