Schermata 05-2457158 alle 21.08.00

Ho lezione con S. ogni mercoledì e ogni venerdì alle tre del pomeriggio nella City. Sfruttiamo una stanza inutilizzata dello studio di suo marito, o -per meglio dire- del suo futuro marito.

Come mi ha detto lei al nostro primo incontro, per gli italiani non sei mai davvero sposato se non ti sposi in chiesa davanti a tutta la famiglia.

Ho pensato che è vero, è proprio così. Testimoniare le avvenute nozze, attestare la presenza di una sposa che sia all’altezza: sono questi gli ultimi diritti che le madri italiane si tengono strette, una volta persa qualsiasi forma di controllo sulla vita dei propri figli ripiegati all’estero.

Un’amica mi ha detto che in Turchia si riserva all’intimità di un Hammam il confronto con la futura nuora, al fine di giudicarla idonea o meno a generare eredi. Forte più che bella, robusta più che aggraziata.

In Italia l’incontro con l’intera famiglia dello sposo, dal primo fratello al più lontano cugino, conversare rispettosamente col più anziano degli zii e ancora avere energie per ballare a mezzanotte con il suocero, è questa la vera prova da superare. Specialmente per una come S. che arriva dall’Oriente del silenzio, della discrezione dei gesti e dei sussurri.

-Mi aiuteresti a scrivere il discorso per la sera del matrimonio? Mi domanda.
-Dimmi di cosa ti piacerebbe parlare e ci lavoriamo insieme.

Le chiedo di provarci in italiano e però già si trova in bilico su brandelli di parole scorrette.

-Vorrei dire – continua S. in inglese- vorrei dire che sarà bello essere parte della famiglia, che sarò ogni giorno onorata di essere al fianco di mio marito.

S. studia italiano solo da qualche mese. Non è una studentessa brillante ma per questo vedo in lei il doppio della dedizione rispetto agli altri studenti. Non sono ancora riuscita a insegnarle il futuro, non conosce forma verbale che non sia presente o un accenno di passato prossimo. A stento è riuscita a raccontare come ha conosciuto suo marito, l’unico modo per saperlo è stato chiederle di farmi una cronaca in diretta del loro primo incontro.

Senza il futuro realizzo che non possono esserci promesse nè propositi.
-Posso impararlo in una settimana?-mi chiede come fossi un dottore. C’è speranza? Dice la paziente.

Senza futuro neppure le aspettative deluse hanno luogo.
-Restiamo nel presente, dico a S. Dire ‘Ti amo’ suona tanto meglio, credimi. C’è così tanta malinconia nel pronunciare ‘ti amerò’. Non rimandare.

Più tardi, in un vagone della District ho segnato un appunto: qui e ora.
A Londra non c’è abbastanzanza tempo per stare ad aspettare persone e cose, parole ed omissioni.

Bookmark and Share

0 Commenti

Schermata 05-2457154 alle 10.05.40

 

 

L’ultimo giorno d’inverno

era già primavera

e abbiamo preso in affitto una macchina

per fuggire per sempre oltre il confine delle nebbie

e dei pensieri tristi.

 

L’hanno osservata bene la macchina

prima della nostra partenza

come fosse una vacca, al mercato_

vedete che è sana, è un affare, hanno detto,

soltanto un graffio laterale

– e che un graffio rimanga!-

fino a Londra,

oppure una pena: la morte in denaro.

 

E allora tu hai fatto inversione

e hai fatto finta

– lo so che hai fatto finta –

nel lanciare uno sguardo sul retro

attraverso lo specchio retrovisore

perché stiamo fuggendo, stavamo fuggendo,

con tutto stipato in casse e catasti

e scatole e sacchi di plastica_

Non si vedeva niente

e hai fatto finta_

Soltanto noi che scappavamo

attraverso i nostri oggetti

-i miei oggetti-

ordinati in contesti e stagioni.

 

La sera prima mi hai chiesto la lista

al telefono:

quattro scatole,

cinque borse,

una spada,

un fioretto,

un paio di pattini,

diciotto libri,

uno specchio rotto

(-perché te lo porti dietro?

-stai zitta, o sentiranno…

-sentiranno che cosa?

-che lo specchio si è rotto

-era il loro?

-era il mio, e per questo anche gli anni di guai)

 

L’ultimo giorno di inverno

era già primavera

e però ti ricordi la nebbia?

Ci stava alle calcagna

e nascondeva la strada,

confondeva i percorsi.

La punta più alta della cattedrale

era una matita troppo temperata

sulle prime luci della notte

-La lancia di una guardia,

un presidio- mi hai detto

e così hai accelerato il passo.

 

Li ho aspettati,

ho aspettato che qualcuno venisse a fermarci

poco prima e poco oltre il confine del Devon,

in equilibrio col Somerset, al passaggo di Exeter,

fintanto che ancora

dal punto più alto della cattedrale

poteva scorgersi il nostro percorso.

 

Ci sono volute tre ore, mille ore,

fatica di attrito, sudore,

per quel solo confine sottile

e poi basta. Stremate ci siamo messe a dormire

al primo parcheggio di sosta.

Ho sognato che Londra era così vicina,

così vicina.

E quando ci siamo svegliate

abbiamo contato le miglia:

non poi così tante,

un milione di miglia,

ma il Devon è stato varcato

e allora

e allora

tranquilla,

nessuno può più catturarci_

la cattedrale è scomparsa alla vista.

 

Sono tornata a Londra

in un giorno di Marzo

e forse dormivo

o comunque non troppo cosciente

ti ascoltavo parlare

degli uomini della tua vita.

Siamo entrate da Ovest

tagliando nel mezzo

come se quella nostra macchina in affitto

fosse invece un vagone della Central line,

e però a notte fonda,

– fondente –

e deserta, la Central line,

il vagone

e pure Londra.

 

Ti ho indicato la luna,

a un certo punto del viaggio,

una luna così grande

che pensavo

dev’essere la primavera,

è la primavera,

o devo essere io, così felice, così leggera,

guarda, la luna gigante_

è forse così che mi appare

per troppi mesi passati nella nebbia.

 

A Londra la luna si staglia in un buio

più scuro della notte

e ha la forma di una torre

e segna le ore,

perché il viaggiatore che entra in città

dopo averlo sognato tanto a lungo

possa per sempre ricordarsi l’esatto momento_

 

Le tre del mattino:

il mio momento esatto.

La strada piatta

e pulita

e lucida

attorno ad Hyde Park senza turisti,

un’aria tanto immobile

che avrebbe denunciato violenza

perfino al movimento più lento,

un’infrazione.

 

E non era affatto lento

quel nostro scivolare lungo i viali eleganti,

i palazzi imponenti, gli alberghi di lusso.

Superiamo Tottenham e Holborn

Procedendo verso Old Street e White Chapel

e sempre più a est

che a un certo punto

ho avuto paura di uscire via da Londra,

attraversarla e uscirne

senza prestare attenzione

perché eravamo liquido veloce

poco prima dell’alba

e allora ho capito: per questo

qualcuno ha pensato di chiamarla così.

Mile End,

la nostra ultima stazione,

è la fine del miglio,

che tu sia liquido o meno,

viaggiatore o passante,

ospite o abitante,

disperato oppure

ridicolmente felice,

benvenuto a Mile End, che è la fine del miglio_

fermati qui,

riposati un po’,

controlla le ruote,

fai il pieno

e riparti.

 

Oppure sosta

e non darti del tempo

– chè l’unico tempo che conta

qui a Londra

lo hai visto nella luna poco prima-

e quindi bevi una pinta,

due pinte,

un milione di pinte

per un milione di anni,

e mangia uova a colazione,

bevi il tè con un goccio di latte,

e il burro salato sui toast

al posto del pane;

le biciclette nei parchi alla domenica

e i mercati,

le volpi la notte

nei giardini delle case a schiera;

vivi così, come vivono loro,

poi conserva in un angolo

il colore del mare;

attraversa le strade solo quando

te lo dice la luce

però

sìì felice

davvero

come più ti piace.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bookmark and Share

0 Commenti

porath-diederich-palaestra-svecana-1693-guardia

 

Quella spada col manico francese che ho portato da Londra, quella spada non ho mai saputo usarla bene. Ci ho provato un giorno, solo uno. Quel giorno ho incassato una serie infinita e umiliante di stoccate contrarie. Ricordo anche in che modo: cercavo di parare i colpi del mio avversario, cercavo, ma l’arma mi sfuggiva di mano, come in un brutto sogno. La lama aveva vita propria, una vita ribelle, avversa,  combinata a un istinto suicida. Ho preso colpi sul braccio, uno dopo l’altro. Colpi veloci, eppure facili, ovvi. Era giugno.

Quando sono arrivata da Londra con quell’unica spada francese che non sapevo usare l’ho riposta in un angolo e me ne sono procurata una nuova. Qualche giorno fa il ragno d’appartamento con cui convivo le si è avvicinato. Erano giorni che se ne stava confinato in un angolo del soffitto senza muoversi. Le si è avvicinato, ci è rimasto qualche ora accanto e poi è tornato su, verso sera. Li ho trovati dopo cena nella stessa posizione di sempre, lui e la spada. E poiché mi piace pensare che ogni immagine fine a se stessa possa invece avere l’impertinenza di starmi a insegnare qualcosa,  io le ho chiesto di spiegarsi e a questo punto ho visto: io e il mio ragno d’appartamento, e poi la nostra spada nell’angolo. Tre protagonisti immobili che devono sbrigarsi a fare qualcosa, se vogliono smettere di girarsi intorno. Anche sbagliando.

Soprattutto questo.

 

 

Bookmark and Share

0 Commenti

27032013186

Ma tu però te la ricordi quella volta che era una mattina d’inverno e abbiamo attraversato la città di fretta, e ci mancava il fiato e non era per la corsa, ma per le parole dette –accumulate- una sopra l’altra, come macchine lungo l’autostrada nei giorni di Natale. Me le vedevo avanti agli occhi, le  parole, piene di fatti nuovi, diversi, e pure uguali per la trama disegnata dal vuoto delle nostre reciproche assenze.

Sono storie di confini superati, oceani attraversati e ripercorsi a ritroso, lembi di terra sfatta, lembi di terra desiderata. Come certi libri che ci davano da bambini – ne hai mai avuto uno? – con le figure tratteggiate lungo il bordo. A distanza di anni a sfogliarli restano solo forme vuote. E tu che mi ascolti e io che ascolto te, da capo, ci ridistribuiamo le parti, riempiamo le forme, di nuovo: impara questo della mia vita, che non sai, questo è il tuo ruolo, perché non c’eri accanto, eppure sempre ti ho lasciato uno spazio.

Adesso prendilo. Non restare indietro.

O forse sono io.

Il passo lungo la salita, mentre mi fai strada negli organi interni di Napoli, lungo i quartieri spagnoli fino alla vetta, ti leggo la schiena, mi scruti la sommità della testa, quando ti giri a indicarmi un nuovo punto di svolta. È nascosto.

Siamo arrivati?

È lì dietro.

Una muraglia di panni.

Non lo avrei mai notato.

Bisogna conoscerlo. Adesso lo sai.

Ti seguo ancora lungo l’ultimo tratto di cunicoli e case, di vite private e miserie e tristezze e pure gioie, ma poche, che è sempre questo il guaio, mi dici. Che uno si pensa che sia una costante, e invece poi niente. Ma è bello così.

Ci si apre Napoli sotto agli occhi e sembra finta, tanto che è bella. Un cumulo di case giustapposte senza alcuna particolare ragione se non quella dello starsi addosso, più vicine.

27032013180

Sono rotte, consumate, sporche, grigie, disordinate. Hanno i tetti rosa e le vernici scrostate, il ferro nudo che spunta fuori dai piloni di cemento armato lasciato coi lembi di una ferita aperta.

Mi chiedo perché non guardiamo dal lato del mare. Ma non te lo dico. Piuttosto sei tu che mi dici stai attenta, le vedi? Tutte quelle piccole macchie bianche, quei ritmo leggero di dischi sospesi, distribuito sopra i tetti, lo vedi?

Le antenne televisive sopra le case dei napoletani hanno finalmente avuto la meglio sui campanili.

Le vedo, sì –ti rispondo – Così tante che sembrano i grumi di un tumore.

Tu invece mi dici stai zitta, non ripeterlo ancora. Loro credono di essere fiori.

Ho lasciato passare del tempo, ma te lo dico adesso.

È proprio allora che ho pensato va bene, è proprio tua la parte. Quel vuoto, quell’assenza, ho atteso a lungo.

E però ecco.

Bookmark and Share

0 Commenti

Collage sapore di sale

 

Spiegarlo alla mia collega è imbarazzante. Non ho sufficienti argomentazioni di tipo scientifico da portare a mio favore.

Si tratta di un testo ricco di espressioni difficili, dico.

Ma non devono capirlo tutto. Solo il senso generale, ha fatto Sara.

 

Vero.

 

E poi ci sono i verbi riflessivi, che ancora non conoscono, rispondo.

Per quelli gli diciamo che li vedremo nelle prossime lezioni, ha detto Sara.

 

Tutto vero.

 

E però…

Cerco fuori dalla finestra dell’Istituto di Cultura, una motivazione definitiva, sperando di vederla rotolare giù dai tetti bianchi di Belgravia o passeggiare sulle larghe strade eleganti delle ambasciate. Magari sarebbe spuntata tra le impalcature che da giorni ricoprono come una maschera le facciate dei palazzi. O magari no: com’è stato.

Che problema hai con questa canzone?

Nessun problema, davvero, ho risposto. Non con la canzone.

Così, messa alle strette, ho dovuto spiegare di come una volta da bambina, in vacanza al mare con i miei genitori, ci siamo ritrovati davanti Gino Paoli in persona. All’epoca avevo la fissa per gli autografi, li raccoglievo, poi li portavo in classe alle elementari. Mi piaceva il momento in cui i compagni erano soliti costruire una cupola attorno alla reliquia, uno stinco di santo, il segno di un’epifania di un qualcuno. Il personaggio famoso, –anche se il più delle volte sconosciuto- si portava dietro un’aura di misticismo che ci rizzava i peli delle braccia, ci percorreva di brividi dalla ghiandola pineale fino all’ultima vertebra.

Il giorno in cui ho incontrato Gino Paoli potevo vantare nella mia collezione:

 

–       l’autografo di Ron aka Rosalino Cellammare (rubato da mio padre, che una volta si era trovato in quanto medico a fargli una siringa prima di un concerto);

–       l’autografo di Elio e le Storie Tese, ma senza Storie Tese;

–       l’autografo di Nek, incontrato un giorno per caso al centro commerciale e riconosciuto da mia cugina maggiore all’epoca in piena tempesta ormonale.

 

Un piccolo arsenale, ma neanche tutto sommato tanto ridicolo. Si trattava di grandi personaggi dei primi anni Novanta e osservando il sottile mucchietto di fogli di carta potevo dirmi soddisfatta della qualità.

Il giorno in cui ho incontrato Gino Paoli, lui mi ha negato l’autografo.

Eh, mi dice Sara. Sospira, vuole convincermi a passare sopra il trauma per usare quella  canzone all’inizio della lezione. Ma sai com’è, Gino Paoli, è un fatto risaputo che ha il carattere un po’ così…

Avevo cinque anni.

Maledetto, conclude la mia collega.

Maledetto. Sì. Sussurro di rimando, stringo il testo di Sapore di Sale in pugno, lo appallottolo, poi lo getto nel cestino senza fare canestro. Quando lo raccolgo Sara ha già attaccato la canzone e mi costringe ad ascoltarla per intero.

Devi superare il trauma, dice. Domani la proponi tu alla classe.

*

 Ecco dunque come mi sono ritrovata con una spiaggia in mano alle due del pomeriggio, in un luglio londinese che piuttosto pare autunno. Una spiaggia in mano, sì, letteralmente.

Abbiamo preparato una foto con una spiaggia paradisiaca, un uomo e una donna stesi sulla sabbia,  i loro corpi incrociati, sovrapposti, nell’atto di baciarsi con passione (nessuno pensa mai a quanto fastidio darà loro la sabbia, dopo, a quanto sarà ridicolo il momento della doccia, a quanto eventualmente potrebbe scottare la sabbia, nel rotolarsi così, splendidi e sensuali, oltre i limiti del telo da mare). Su quell’immagine abbiamo consegnato le parole, come armi, attrezzature per tirare a campare: sole, mare, sabbia, sale, bacio, pelle, braccia.

Sarebbe un mondo perfetto, davvero, a possedere solo parole di questo tipo. Ma questo non lo dico, non sono in vena di perifrasi e non conosco un modo facile per dirlo alle mie allieve. Le loro vite, del resto, sono già fatte di parole come velluto, marmo, messa in piega, cena di beneficenza. Probabilmente il loro mondo è già perfetto così. E quindi niente.

La classe è composta da undici signore di mezza età che un po’ per noia, un po’ per amore dell’Italia, hanno deciso di passare la controra di luglio in nostra compagnia. Il Belpaese dei loro sogni è un fermo immagine sugli anni Sessanta, in bianco e nero per qualcuna, in timido e azzardato technicolor per qualcun’altra. Quando ascoltano le prime note di Sapore di Sale scatta l’atmosfera da Riviera. Marta, la zoppa, si lascia dondolare su una sedia, Edwig picchietta il banco con la penna.

Che cosa vi sembra questa canzone? Domando. Avete capito di che cosa parla?

Di mare, dicono.

Bene.

Di sole.

Molto bene, brave. E poi?

La riascoltiamo ancora. Qualcuna scrive nuove parole su un foglio.

Che cosa significa giorni perduti? Mi domanda Carol.

Allora io un poco mi arrampico sugli specchi, e guardo Sara, la collega, seduta in disparte in un angolo della stanza e le vorrei dire con gli occhi: lo vedi? Lo vedi che era troppo difficile? E proprio non vorrei darla questa soddisfazione a Gino Paoli, proprio non vorrei, eppure, eppure.

Che cosa significa ‘pigri’? ‘Giorni pigri’?  Insiste Carol.

Che non hanno voglia di fare niente, rispondo.

I giorni? Ribatte la signora, perplessa.

Maledetto, maledetto Gino Paoli.

Questa è una canzone, le spiego, alcune parole non si usano in italiano, ma solo in poesia.

Ah, poesia. Ripete. È soddisfatta, sorride.

Così riprendo la mia postazione al centro dell’aula, sollevata per aver chiarito un dubbio, ma un po’ sconfitta per aver dato, in fine, del poeta a Gino Paoli.

 

La lezione fila liscia. Le vecchie signore si scambiano idee sul contenuto del testo dopo aver ascoltato la canzone un numero quasi infinito di volte. C’è un ragazzo, una ragazza. Sono fidanzati?

Forse, chi lo sa. Magari sono solo amanti.

Qualcuna ride, non vengo presa sul serio.

Guarda bene, Anne, guarda bene. La spiaggia è deserta, lui deve averla portata lì perché nessuno di quelli che conoscono può vederli. Magari sono amanti. Sono senza dubbio amanti. E lui ha un’altra donna.

Ma questo non lo dico.

Ti butti nell’acqua: vuol dire ti tuffi. Questo dico.

E poi? Tutto chiaro?

Ancora Carol, che alza la mano. Starà senz’altro a chiedermi la differenza tra ‘gusto’ e ‘sapore’.

Mi avvicino con proposito di tagliare corto. La lezione è quasi finita.

Io non capisco, dice. Mi lasci da solo

Significa che lei va a fare il bagno e lui rimane…

Sì, sì. Questo ho capito. Ma perché lui non la segue? Perché non fanno il bagno insieme?

Penso che sia la domanda migliore di tutta la lezione. Un’incoerenza più grave rispetto a una concordanza mancata, un singolare-plurale sbagliato.

Perché lui non segue la ragazza in acqua? Ci penso su un momento.

Perché sa benissimo che sarà lei a tornare. Questo rispondo. E anche se Carol non ha ancora studiato il futuro indicativo, mi lascia intuire che ci siamo capite benissimo.

 

 

Bookmark and Share

1 commento

6a00d83451edd469e200e54ff644ff8834-640wi

 *

 

Come quando si muore si potrebbe tutti farlo serenamente –uno spegnersi lento – così l’amore dovrebbe poter fare – volersi e poi non volersi più – leggèri e mai turbati, accomodati e pigri- senza continuare a stupirci ogni volta che tutto

finisce _

Bookmark and Share

0 Commenti

KensingtonHighStreetA South Kensington c’è una strada che si chiama come un giardino, c’è poi il numero quarantanove, interno due, citofono laccato in oro. Mi ci specchio ogni volta in superficie mentre qualcuno, dall’altra parte, percorre il tragitto che da una poltrona costosa arriva ad aprirmi il portone, che fa un rumore sordo, un clank secco, come di una cassaforte dopo la combinazione esatta.

La mia combinazione è stata esatta, immagino. Sarà anche per questo, il rumore, un fatto di coerenza.

Lungo la strada che si chiama come un giardino ci sono parcheggiate solo Mercedes, Maserati, Carrera e io non ne so proprio nulla di automobili, ma lo capisco quando si tratta di un convegno dov’è gradito l’abito scuro e una tassa di iscrizione al club particolarmente alta.

La mia combinazione è stata sfacciata, soprattutto.

Prima di salire al primo piano passo in rassegna il mio volto ancora una volta, raduno tutte le rughe che posso, le divido tra quelle che significano stanchezza (le congedo) e quelle che significano esperienza, maturità (mi concentro su quelle, le tengo strette, le scavo). Non sono un’insegnante di italiano, ma sono italiana. Questo forse dovrebbe bastare. Sono italiana e sono sfacciata e tutto quello che devo ripetermi per convincermi a salire le scale del palazzo (scale rivestite in moquette rossa, uno scorrimano in legno bianco e dorato) è che sono una professionista della mia lingua madre, la parlo quasi da quando sono nata e questo è tutto, niente può scalfirmi. Conosco la pronuncia delle parole, il significato, i sinonimi, l’ordine in cui prediligono essere disposte. Conosco il senso proprio, il doppio senso, l’assenza di senso. Conosco il modo di dire e mentire da vent’anni, dal primo non-sono-stata-io che ho pronunciato.

Ci sarebbe questa signora di una certa età, mi avevano detto all’Istituto, questa signora vorrebbe fare delle lezioni di italiano, impararlo in fretta, parlarlo subito. E’ sembrata molto insistente. La signora si chiama Lila, me la sono immaginata vestita di un grembiule a fiori rosa e violetti, con un cappello di paglia, china su una porzione di serra. Ho pensato a Lila come una di quelle artiste di decoupage con l’attitudine spiccata alla preparazione delle torte di mele. Una signora di una certa età. A cosa dovrebbe servirle l’italiano? A leggere Dante, ho pensato. Ho pensato a lungo. Le uniche volte in cui sono in anticipo sono i primi appuntamenti, così pensando impiego quel lembo di tempo. Non ha fatto eccezione la prima volta da Lila, quando ho iniziato a camminare lungo la strada di casa sua, la mia immagine che saltava da una lamiera cromata a un’altra.

Sono salita alle sei e cinquantanove minuti e alle sette spaccate ho suonato il campanello dell’appartamento.

Allora, inaspettatamente, ho imparato subito qualcosa di nuovo, e cioè come una vocale non scritta possa contenere un mondo e separarne due.

Non mi era mai passato per la testa che Lila potesse pronunciarsi [Laila]. Laila è una canzone maliziosa, sensuale, appena la sussurro spazza via la serra, il vestitino a fiori e il profumo di torte di mele come una violenta folata di vento. Al suo posto si impone un bacio alla francese, un movimento sensuale della lingua, un’assonanza con lascivo, lascivia, lascio, permetto.

Permesso.

Entra pure. Che puntualità.

Laila è una modella newyorkese. Si è trasferita a marzo a Londra, vive in questo appartamento con il suo compagno, un inamidato pezzo della finanza che lavora nella City. Lei fa shopping, lo aspetta a casa, si concede il lusso di dedicarsi alla bellezza in mezzo alla bellezza, circondata da un cumulo infinito di cuscini bianchi, una cucina con tre frigoriferi e  un lavandino con tre uscite per l’acqua: fredda, calda, bollente.

Mi offre del tè ed è pronto in un secondo. Un getto diretto nella tazza di porcellana.

In cucina ci sono dei fiori riposti in un vaso, la sola cosa che posso collegare a quanto pensavo di trovare e non è stato, la serra, la vecchia di cui sopra. Fiori del Waitrose, fiori di supermercato.

Non avevano il resto, dice lei. Ho preso questi, ma stanno già morendo.

Li tira fuori dall’acqua e li riversa a testa in giù nel secchio della spazzatura.

Questo nel giorno del nostro primo incontro.

In quelli successivi ci siamo sistemate nel salotto,  sul tavolo davanti al camino, illuminate da una foto di Marilyn in bianco e nero che legge un giornale.

Vado a casa di Lila due volte alla settimana. Quando tardo di cinque minuti, per il primo quarto d’ora di lezione lei se ne resta con le labbra serrate e un po’ imbronciate, poi le passa. Non vedo l’ora che le passi ma non faccio mai nulla per arrivare in orario. Mi piacciono le sue giustificazioni, immagino servano a coprire l’assenza delle mie, che invece non arrivano mai. A Roma la buttavo sui trasporti, qui non posso, non a Londra.

In genere finiamo per le otto spaccate perché lei deve andare a una cena o aspetta il futuro marito per una partenza, per un rientro.

So tutto di lei perché la faccio parlare. Le ho insegnato a dirmi di dov’è (New York), cosa ha studiato (economia, poi ha mollato), com’è composta la sua famiglia, com’è la sua casa.

Ci sono tanti tipi di case, -le dico- tanti modi di dire casa, anche in italiano.

C’è l’appartamento, c’è il monolocale, la villa, l’attico.

Attico?

Una specie di penthouse.

Lila sorride. Come si dice I want?

Voglio, si dice voglio.

Io voglio un penthouse. Io voglio un attico?

Non lo so, lo vuoi?

Annuisce. -Si dice così? Io voglio un attico.

Corretto. Brava. Anche io, – aggiungo.

Cosa?

Un attico.

Ho una mia amica che ne vende uno- annuncia Lila, strappando il velo di impaccio dal suo volto che cerca di mimare la mia lingua. Magari ti interessa.

Magari, Lila, magari. Poi vediamo. Adesso però guarda.

Nota: l’ironia che va insegnata, poco prima o poco dopo il periodo ipotetico dell’irrealtà.

Passo a indicarle le parti della casa, i mobili. Pieces of forniture. I comodini, gli armadi, il tavolo, lo stereo.

Voglio due comodini. È corretto?

È corretto. Ma magari puoi anche dire che ‘ho bisogno’.

Bisogno è need?

Esatto. Tipo per vivere. Una cosa importante. Le cose che vuoi e che non hai non ti impediscono di vivere serenamente, non ti crea problemi se per un po’ le resti a desiderare senza averle. Quando hai bisogno di una cosa invece ne hai bisogno, ti serve proprio.

Voglio un televisore. Nuovo.

Esatto, le dico. Mi volto a guardare quello vecchio e noto con piacere che è più grande dello schermo del vecchio cineclub di Casagiove, in provincia di Caserta, ai tempi della prima del Titanic.

Lo vuoi?

Sì, mi dice Lila, lo voglio.

Ti serve proprio?

No.

Allora magari lo vuoi veramente. E mentre soddisfatta ricavo quanto l’allieva abbia capito la differenza tra volere e avere bisogno mi passano davanti agli occhi tutti i cuscini della casa, e i quadri e il terzo frigorifero e il terzo rubinetto, quello con l’acqua bollente. E i fiori freschi a testa in giù nel bidone scintillante della cucina.

Mi congeda con un rotolo di pound nel palmo della mano, mi dice ciao a domani, scappo a fare i capelli, ed è bellissima e gentile,e non ha più la smorfia sulle labbra serrate, ma sorride e perfino mi dice che poi se davvero mi interessa può mettermi in contatto con la sua amica, quella della penthouse, una vista clamorosa a ridosso di Southbank.

Ok, ci penso, magari, ci penso, ti dico. A giovedì.

 *

Ci sono i verbi della prima coniugazione. Ho pensato che un mucchio di fotocopie mi avrebbero facilmente aiutato a vestire i panni dell’insegnante di lingua. Tutte le insegnanti di lingua portano agli allievi fotocopie provenienti da libri misteriosi. È tutto lì il segreto, immagino. E i tacchi. Il rumore dei tacchi quando si entra in casa o in classe. Io e Lila torniamo a posizionarci in salotto e lei mi dice che non fa nulla che oggi non esce, possiamo stare qualche minuto di più. Noto con sorpresa che ha i capelli sporchi. Resterà a casa, non si sente bene e Gabriele è fuori per lavoro.

Le dico che sarà facile, che sono cose facili, anche se so bene quanto lei detesti la grammatica. Le spingo avanti la fotocopia che porta stampate le colonne di coniugazioni, presente indicativo. Poi cominciamo una lettura.

Sandra e Federico sono fidanzati. Sandra è di Milano, fa la maestra e lavora in una scuola elementare. Federico è di Roma e  lavora in banca. Abitano nella stessa casa ma non passano molto tempo insieme, pranzano fuori e cenano ogni sera. Sono innamorati anche se qualche volta litigano.

 Le chiedo allora di sottolineare i verbi che non conosce ancora:

Sandra e Federico sono fidanzati. Sandra è di Milano, fa la maestra e lavora in una scuola elementare. Federico è di Roma e  lavora in banca. Abitano nella stessa casa ma non passano molto tempo insieme, pranzano fuori e cenano ogni sera. Sono innamorati anche se qualche volta litigano.

Le spiego che hanno in comune il modo in cui si coniugano, eccetera eccetera. Una volta che ha imparato può usare qualsiasi verbo della stessa categoria.

Non a caso nella prima coniugazione ci sono queste cose fondamentali, la grammatica pare fatta apposta, chissà quanto è stato fatto apposta.

Cosa?

Ma guarda, non vedi? Pranzare, cenare. Come fai a vivere senza? Lavorare.

Litigare, dice lei.

Brava- le dico, ma poi mi accorgo che ha pronunciato solo la parola, senza il suo significato, incluso. Ha gli occhi vuoti e chiedono.

Litigare, come discutere, dico in inglese.

Ed è necessario?-domanda lei.

Certe volte sì. Certe volte è necessario, credo. Ne abbiamo bisogno.

Io-ho-bisogno-di- litigare, scandisce. Lentamente, come qualcuno che per la prima volta dopo anni emette un suono. Un risveglio dopo il coma.

A volte sì, Lila, certe volte ne abbiamo bisogno.

Lei sorride e passiamo avanti.

Sono- innamorati. Legge. Che significa?

Significa che they love each other. Come amare.

Capito.

Si passa le mani tra i capelli, poi sul viso. Pensa.

Coniuga il verbo lavorare, un po’ claudicante. Le dico brava, vai bene, quando torna Gabriele potrai intrattenerlo per un paio di minuti almeno. Non servirà parlare oltre, immagino.

Lila mi guarda ancora con quell’espressione vuota e penso di nuovo che non siamo arrivate così avanti, per adesso siamo ferme in equilibrio sopra un senso solo, quando riusciamo a trovarlo.

Voglio o bisogno. Voglio lavorare, dice Lila, appena finito di coniugare il verbo per intero. Un po’ mi annoio. Voglio lavorare, pure se non ne ho bisogno. E a volte sono triste.

E’ la prima volta che mi dice qualcosa di veramente privato. Cala un silenzio imbarazzato che non so gestire.

E amare? Le chiedo, ancora un altro verbo e poi chiudiamo.

Ma lei fraintende.

Voglio o bisogno?

Le dico non fa niente, lo faremo la prossima volta, che sono ormai le otto e già mi vedo alla Piccadilly line ostruita dal rientro.

In realtà non lo so, non è davvero per questo. Non lo so, non lo so davvero. E’ solo che improvvisamente ho troppa voglia di tornare a casa.

Bookmark and Share

0 Commenti

Nel maggio del 1937 sospeso in faccia ad Alcatraz, a gambe aperte sulla San Francisco Bay, veniva inaugurato il Golden Gate Bridge e con lui pure quelle nuvole che sanno di panna e che non abbandonano mai le due estremità del ponte, come fossero calzini spumosi di lana. C’è umido nei dintorni del Golden Gate Bridge, tira sempre un sacco di vento, a qualunque stagione, e anzi si potrebbe dire che tutte le stagioni giocano al giro di chiglia vorticosamente intorno al parco del Presidium. Inverno, primavera, estate, autunno si sfidano in velocità a raggiungere Sausalito e vedere chi riesce a tornare indietro prima.

Pochi mesi dopo l’apertura delle corsie sospese su quello specchio di oceano Harol Wobber decise di farla finita in modo spettacolare. Non solo suicidandosi da uno degli scenari più affascinanti dell’era moderna a contrasto con la natura selvaggia, ma facendolo per primo. Il primo suicida della storia a buttarsi dal Golden Gate Bridge. Sessantacinque miglia orarie prima di un impatto che avrebbe fatto esplodere i suoi organi interni come una bomba. Chissà se se lo sarebbe aspettato. Perché io penso invece che una morte del genere venga scelta soprattutto persuasi dalla prospettiva di un abbraccio possibile fatto di ovatta e panna. Sparire così, inghiottiti dalle nuvole bianche, cumuli di silenzio che mettono a tacere i pensieri. Questo deve aver immaginato il signor Wobber, e con lui tutti gli altri duemilaseicento stanchi della vita che lo hanno seguito fino a oggi.

Foggy_Golden_Gate

Apprendo di recente che hanno deliberato la costruzione di barriere anti-suicidio lungo il passaggio pedonale del ponte. Come se quelle barriere avessero il potere di arginare non solo corpi in caduta libera, ma anche tutta la loro profonda tristezza. Chi vorrà farla finita ci proverà lo stesso, rinunciando allo scenario maestoso dell’ultimo atto, magari accontentandosi di uno sfondo mediocre, un parato ammuffito, pillole sul pavimento, la testa che lievemente si reclina. Il desiderio di porre fine al dolore con un gesto estremo non è nato di certo nel 1937. Piuttosto mi immagino questo signore, il numero duemilaseicentouno. La moglie lo ha mollato, la società è piena di debiti, il figlio non gli parla. Nessuna barriera a impedirgli il salto, però magari proprio mentre sta sul punto di buttarsi arriva questo passante un po’ cartone animato e un po’ clown che attira l’attenzione dell’aspirante suicida. E’ vestito troppo strano per non essere notato, indossa una salopette gialla, ha dei folti baffi neri che sembrano finti. E inizia a parlare e gli chiede -magari- come vanno le cose, che sì, anche a lui potrebbero andare meglio, che però guarda qui che vista da paura.

E poi tornano via insieme, così, per quel miglio e mezzo che li separa dall’altra sponda, a Sausalito, dove comincia la 101. Lui gli passa il telefono, l’uomo buffo, gli dice prendi pure, chiama a casa. Nel frattempo io ti porto dietro a Big Sur, ci facciamo un bagno, ti rinfreschi le idee e vedrai che le cose si aggiustano. A sera mettono su un film dei fratelli Marx e l’uomo buffo dice: vedi? Perfino durante la Guerra la gente riusciva a trovare il tempo di ridere. E tu chi ti credi di essere? Uno speciale? Fosse stato il 1937.

E duemilaseicentouno pensa è vero, hai ragione. E allora diventa solo uno, senza duemilaseicento: l’unico ad aver percorso certi passi, andata e ritorno, senza buttarsi, finendo poi a Big Sur in compagnia di uno strano personaggio, a parlare della vita davanti a un film dei fratelli Marx.

Alla facoltà del Male di Vivere ancora nessun ingegnere ha imparato ancora a progettare le infrastrutture di cui realmente l’uomo ha bisogno.

Bookmark and Share

0 Commenti