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Quella spada col manico francese che ho portato da Londra, quella spada non ho mai saputo usarla bene. Ci ho provato un giorno, solo uno. Quel giorno ho incassato una serie infinita e umiliante di stoccate contrarie. Ricordo anche in che modo: cercavo di parare i colpi del mio avversario, cercavo, ma l’arma mi sfuggiva di mano, come in un brutto sogno. La lama aveva vita propria, una vita ribelle, avversa,  combinata a un istinto suicida. Ho preso colpi sul braccio, uno dopo l’altro. Colpi veloci, eppure facili, ovvi. Era giugno.

Quando sono arrivata da Londra con quell’unica spada francese che non sapevo usare l’ho riposta in un angolo e me ne sono procurata una nuova. Qualche giorno fa il ragno d’appartamento con cui convivo le si è avvicinato. Erano giorni che se ne stava confinato in un angolo del soffitto senza muoversi. Le si è avvicinato, ci è rimasto qualche ora accanto e poi è tornato su, verso sera. Li ho trovati dopo cena nella stessa posizione di sempre, lui e la spada. E poiché mi piace pensare che ogni immagine fine a se stessa possa invece avere l’impertinenza di starmi a insegnare qualcosa,  io le ho chiesto di spiegarsi e a questo punto ho visto: io e il mio ragno d’appartamento, e poi la nostra spada nell’angolo. Tre protagonisti immobili che devono sbrigarsi a fare qualcosa, se vogliono smettere di girarsi intorno. Anche sbagliando.

Soprattutto questo.

 

 

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Ma tu però te la ricordi quella volta che era una mattina d’inverno e abbiamo attraversato la città di fretta, e ci mancava il fiato e non era per la corsa, ma per le parole dette –accumulate- una sopra l’altra, come macchine lungo l’autostrada nei giorni di Natale. Me le vedevo avanti agli occhi, le  parole, piene di fatti nuovi, diversi, e pure uguali per la trama disegnata dal vuoto delle nostre reciproche assenze.

Sono storie di confini superati, oceani attraversati e ripercorsi a ritroso, lembi di terra sfatta, lembi di terra desiderata. Come certi libri che ci davano da bambini – ne hai mai avuto uno? – con le figure tratteggiate lungo il bordo. A distanza di anni a sfogliarli restano solo forme vuote. E tu che mi ascolti e io che ascolto te, da capo, ci ridistribuiamo le parti, riempiamo le forme, di nuovo: impara questo della mia vita, che non sai, questo è il tuo ruolo, perché non c’eri accanto, eppure sempre ti ho lasciato uno spazio.

Adesso prendilo. Non restare indietro.

O forse sono io.

Il passo lungo la salita, mentre mi fai strada negli organi interni di Napoli, lungo i quartieri spagnoli fino alla vetta, ti leggo la schiena, mi scruti la sommità della testa, quando ti giri a indicarmi un nuovo punto di svolta. È nascosto.

Siamo arrivati?

È lì dietro.

Una muraglia di panni.

Non lo avrei mai notato.

Bisogna conoscerlo. Adesso lo sai.

Ti seguo ancora lungo l’ultimo tratto di cunicoli e case, di vite private e miserie e tristezze e pure gioie, ma poche, che è sempre questo il guaio, mi dici. Che uno si pensa che sia una costante, e invece poi niente. Ma è bello così.

Ci si apre Napoli sotto agli occhi e sembra finta, tanto che è bella. Un cumulo di case giustapposte senza alcuna particolare ragione se non quella dello starsi addosso, più vicine.

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Sono rotte, consumate, sporche, grigie, disordinate. Hanno i tetti rosa e le vernici scrostate, il ferro nudo che spunta fuori dai piloni di cemento armato lasciato coi lembi di una ferita aperta.

Mi chiedo perché non guardiamo dal lato del mare. Ma non te lo dico. Piuttosto sei tu che mi dici stai attenta, le vedi? Tutte quelle piccole macchie bianche, quei ritmo leggero di dischi sospesi, distribuito sopra i tetti, lo vedi?

Le antenne televisive sopra le case dei napoletani hanno finalmente avuto la meglio sui campanili.

Le vedo, sì –ti rispondo – Così tante che sembrano i grumi di un tumore.

Tu invece mi dici stai zitta, non ripeterlo ancora. Loro credono di essere fiori.

Ho lasciato passare del tempo, ma te lo dico adesso.

È proprio allora che ho pensato va bene, è proprio tua la parte. Quel vuoto, quell’assenza, ho atteso a lungo.

E però ecco.

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Collage sapore di sale

 

Spiegarlo alla mia collega è imbarazzante. Non ho sufficienti argomentazioni di tipo scientifico da portare a mio favore.

Si tratta di un testo ricco di espressioni difficili, dico.

Ma non devono capirlo tutto. Solo il senso generale, ha fatto Sara.

 

Vero.

 

E poi ci sono i verbi riflessivi, che ancora non conoscono, rispondo.

Per quelli gli diciamo che li vedremo nelle prossime lezioni, ha detto Sara.

 

Tutto vero.

 

E però…

Cerco fuori dalla finestra dell’Istituto di Cultura, una motivazione definitiva, sperando di vederla rotolare giù dai tetti bianchi di Belgravia o passeggiare sulle larghe strade eleganti delle ambasciate. Magari sarebbe spuntata tra le impalcature che da giorni ricoprono come una maschera le facciate dei palazzi. O magari no: com’è stato.

Che problema hai con questa canzone?

Nessun problema, davvero, ho risposto. Non con la canzone.

Così, messa alle strette, ho dovuto spiegare di come una volta da bambina, in vacanza al mare con i miei genitori, ci siamo ritrovati davanti Gino Paoli in persona. All’epoca avevo la fissa per gli autografi, li raccoglievo, poi li portavo in classe alle elementari. Mi piaceva il momento in cui i compagni erano soliti costruire una cupola attorno alla reliquia, uno stinco di santo, il segno di un’epifania di un qualcuno. Il personaggio famoso, –anche se il più delle volte sconosciuto- si portava dietro un’aura di misticismo che ci rizzava i peli delle braccia, ci percorreva di brividi dalla ghiandola pineale fino all’ultima vertebra.

Il giorno in cui ho incontrato Gino Paoli potevo vantare nella mia collezione:

 

-       l’autografo di Ron aka Rosalino Cellammare (rubato da mio padre, che una volta si era trovato in quanto medico a fargli una siringa prima di un concerto);

-       l’autografo di Elio e le Storie Tese, ma senza Storie Tese;

-       l’autografo di Nek, incontrato un giorno per caso al centro commerciale e riconosciuto da mia cugina maggiore all’epoca in piena tempesta ormonale.

 

Un piccolo arsenale, ma neanche tutto sommato tanto ridicolo. Si trattava di grandi personaggi dei primi anni Novanta e osservando il sottile mucchietto di fogli di carta potevo dirmi soddisfatta della qualità.

Il giorno in cui ho incontrato Gino Paoli, lui mi ha negato l’autografo.

Eh, mi dice Sara. Sospira, vuole convincermi a passare sopra il trauma per usare quella  canzone all’inizio della lezione. Ma sai com’è, Gino Paoli, è un fatto risaputo che ha il carattere un po’ così…

Avevo cinque anni.

Maledetto, conclude la mia collega.

Maledetto. Sì. Sussurro di rimando, stringo il testo di Sapore di Sale in pugno, lo appallottolo, poi lo getto nel cestino senza fare canestro. Quando lo raccolgo Sara ha già attaccato la canzone e mi costringe ad ascoltarla per intero.

Devi superare il trauma, dice. Domani la proponi tu alla classe.

*

 Ecco dunque come mi sono ritrovata con una spiaggia in mano alle due del pomeriggio, in un luglio londinese che piuttosto pare autunno. Una spiaggia in mano, sì, letteralmente.

Abbiamo preparato una foto con una spiaggia paradisiaca, un uomo e una donna stesi sulla sabbia,  i loro corpi incrociati, sovrapposti, nell’atto di baciarsi con passione (nessuno pensa mai a quanto fastidio darà loro la sabbia, dopo, a quanto sarà ridicolo il momento della doccia, a quanto eventualmente potrebbe scottare la sabbia, nel rotolarsi così, splendidi e sensuali, oltre i limiti del telo da mare). Su quell’immagine abbiamo consegnato le parole, come armi, attrezzature per tirare a campare: sole, mare, sabbia, sale, bacio, pelle, braccia.

Sarebbe un mondo perfetto, davvero, a possedere solo parole di questo tipo. Ma questo non lo dico, non sono in vena di perifrasi e non conosco un modo facile per dirlo alle mie allieve. Le loro vite, del resto, sono già fatte di parole come velluto, marmo, messa in piega, cena di beneficenza. Probabilmente il loro mondo è già perfetto così. E quindi niente.

La classe è composta da undici signore di mezza età che un po’ per noia, un po’ per amore dell’Italia, hanno deciso di passare la controra di luglio in nostra compagnia. Il Belpaese dei loro sogni è un fermo immagine sugli anni Sessanta, in bianco e nero per qualcuna, in timido e azzardato technicolor per qualcun’altra. Quando ascoltano le prime note di Sapore di Sale scatta l’atmosfera da Riviera. Marta, la zoppa, si lascia dondolare su una sedia, Edwig picchietta il banco con la penna.

Che cosa vi sembra questa canzone? Domando. Avete capito di che cosa parla?

Di mare, dicono.

Bene.

Di sole.

Molto bene, brave. E poi?

La riascoltiamo ancora. Qualcuna scrive nuove parole su un foglio.

Che cosa significa giorni perduti? Mi domanda Carol.

Allora io un poco mi arrampico sugli specchi, e guardo Sara, la collega, seduta in disparte in un angolo della stanza e le vorrei dire con gli occhi: lo vedi? Lo vedi che era troppo difficile? E proprio non vorrei darla questa soddisfazione a Gino Paoli, proprio non vorrei, eppure, eppure.

Che cosa significa ‘pigri’? ‘Giorni pigri’?  Insiste Carol.

Che non hanno voglia di fare niente, rispondo.

I giorni? Ribatte la signora, perplessa.

Maledetto, maledetto Gino Paoli.

Questa è una canzone, le spiego, alcune parole non si usano in italiano, ma solo in poesia.

Ah, poesia. Ripete. È soddisfatta, sorride.

Così riprendo la mia postazione al centro dell’aula, sollevata per aver chiarito un dubbio, ma un po’ sconfitta per aver dato, in fine, del poeta a Gino Paoli.

 

La lezione fila liscia. Le vecchie signore si scambiano idee sul contenuto del testo dopo aver ascoltato la canzone un numero quasi infinito di volte. C’è un ragazzo, una ragazza. Sono fidanzati?

Forse, chi lo sa. Magari sono solo amanti.

Qualcuna ride, non vengo presa sul serio.

Guarda bene, Anne, guarda bene. La spiaggia è deserta, lui deve averla portata lì perché nessuno di quelli che conoscono può vederli. Magari sono amanti. Sono senza dubbio amanti. E lui ha un’altra donna.

Ma questo non lo dico.

Ti butti nell’acqua: vuol dire ti tuffi. Questo dico.

E poi? Tutto chiaro?

Ancora Carol, che alza la mano. Starà senz’altro a chiedermi la differenza tra ‘gusto’ e ‘sapore’.

Mi avvicino con proposito di tagliare corto. La lezione è quasi finita.

Io non capisco, dice. Mi lasci da solo

Significa che lei va a fare il bagno e lui rimane…

Sì, sì. Questo ho capito. Ma perché lui non la segue? Perché non fanno il bagno insieme?

Penso che sia la domanda migliore di tutta la lezione. Un’incoerenza più grave rispetto a una concordanza mancata, un singolare-plurale sbagliato.

Perché lui non segue la ragazza in acqua? Ci penso su un momento.

Perché sa benissimo che sarà lei a tornare. Questo rispondo. E anche se Carol non ha ancora studiato il futuro indicativo, mi lascia intuire che ci siamo capite benissimo.

 

 

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 *

 

Come quando si muore si potrebbe tutti farlo serenamente –uno spegnersi lento – così l’amore dovrebbe poter fare – volersi e poi non volersi più – leggèri e mai turbati, accomodati e pigri- senza continuare a stupirci ogni volta che tutto

finisce _

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KensingtonHighStreetA South Kensington c’è una strada che si chiama come un giardino, c’è poi il numero quarantanove, interno due, citofono laccato in oro. Mi ci specchio ogni volta in superficie mentre qualcuno, dall’altra parte, percorre il tragitto che da una poltrona costosa arriva ad aprirmi il portone, che fa un rumore sordo, un clank secco, come di una cassaforte dopo la combinazione esatta.

La mia combinazione è stata esatta, immagino. Sarà anche per questo, il rumore, un fatto di coerenza.

Lungo la strada che si chiama come un giardino ci sono parcheggiate solo Mercedes, Maserati, Carrera e io non ne so proprio nulla di automobili, ma lo capisco quando si tratta di un convegno dov’è gradito l’abito scuro e una tassa di iscrizione al club particolarmente alta.

La mia combinazione è stata sfacciata, soprattutto.

Prima di salire al primo piano passo in rassegna il mio volto ancora una volta, raduno tutte le rughe che posso, le divido tra quelle che significano stanchezza (le congedo) e quelle che significano esperienza, maturità (mi concentro su quelle, le tengo strette, le scavo). Non sono un’insegnante di italiano, ma sono italiana. Questo forse dovrebbe bastare. Sono italiana e sono sfacciata e tutto quello che devo ripetermi per convincermi a salire le scale del palazzo (scale rivestite in moquette rossa, uno scorrimano in legno bianco e dorato) è che sono una professionista della mia lingua madre, la parlo quasi da quando sono nata e questo è tutto, niente può scalfirmi. Conosco la pronuncia delle parole, il significato, i sinonimi, l’ordine in cui prediligono essere disposte. Conosco il senso proprio, il doppio senso, l’assenza di senso. Conosco il modo di dire e mentire da vent’anni, dal primo non-sono-stata-io che ho pronunciato.

Ci sarebbe questa signora di una certa età, mi avevano detto all’Istituto, questa signora vorrebbe fare delle lezioni di italiano, impararlo in fretta, parlarlo subito. E’ sembrata molto insistente. La signora si chiama Lila, me la sono immaginata vestita di un grembiule a fiori rosa e violetti, con un cappello di paglia, china su una porzione di serra. Ho pensato a Lila come una di quelle artiste di decoupage con l’attitudine spiccata alla preparazione delle torte di mele. Una signora di una certa età. A cosa dovrebbe servirle l’italiano? A leggere Dante, ho pensato. Ho pensato a lungo. Le uniche volte in cui sono in anticipo sono i primi appuntamenti, così pensando impiego quel lembo di tempo. Non ha fatto eccezione la prima volta da Lila, quando ho iniziato a camminare lungo la strada di casa sua, la mia immagine che saltava da una lamiera cromata a un’altra.

Sono salita alle sei e cinquantanove minuti e alle sette spaccate ho suonato il campanello dell’appartamento.

Allora, inaspettatamente, ho imparato subito qualcosa di nuovo, e cioè come una vocale non scritta possa contenere un mondo e separarne due.

Non mi era mai passato per la testa che Lila potesse pronunciarsi [Laila]. Laila è una canzone maliziosa, sensuale, appena la sussurro spazza via la serra, il vestitino a fiori e il profumo di torte di mele come una violenta folata di vento. Al suo posto si impone un bacio alla francese, un movimento sensuale della lingua, un’assonanza con lascivo, lascivia, lascio, permetto.

Permesso.

Entra pure. Che puntualità.

Laila è una modella newyorkese. Si è trasferita a marzo a Londra, vive in questo appartamento con il suo compagno, un inamidato pezzo della finanza che lavora nella City. Lei fa shopping, lo aspetta a casa, si concede il lusso di dedicarsi alla bellezza in mezzo alla bellezza, circondata da un cumulo infinito di cuscini bianchi, una cucina con tre frigoriferi e  un lavandino con tre uscite per l’acqua: fredda, calda, bollente.

Mi offre del tè ed è pronto in un secondo. Un getto diretto nella tazza di porcellana.

In cucina ci sono dei fiori riposti in un vaso, la sola cosa che posso collegare a quanto pensavo di trovare e non è stato, la serra, la vecchia di cui sopra. Fiori del Waitrose, fiori di supermercato.

Non avevano il resto, dice lei. Ho preso questi, ma stanno già morendo.

Li tira fuori dall’acqua e li riversa a testa in giù nel secchio della spazzatura.

Questo nel giorno del nostro primo incontro.

In quelli successivi ci siamo sistemate nel salotto,  sul tavolo davanti al camino, illuminate da una foto di Marilyn in bianco e nero che legge un giornale.

Vado a casa di Lila due volte alla settimana. Quando tardo di cinque minuti, per il primo quarto d’ora di lezione lei se ne resta con le labbra serrate e un po’ imbronciate, poi le passa. Non vedo l’ora che le passi ma non faccio mai nulla per arrivare in orario. Mi piacciono le sue giustificazioni, immagino servano a coprire l’assenza delle mie, che invece non arrivano mai. A Roma la buttavo sui trasporti, qui non posso, non a Londra.

In genere finiamo per le otto spaccate perché lei deve andare a una cena o aspetta il futuro marito per una partenza, per un rientro.

So tutto di lei perché la faccio parlare. Le ho insegnato a dirmi di dov’è (New York), cosa ha studiato (economia, poi ha mollato), com’è composta la sua famiglia, com’è la sua casa.

Ci sono tanti tipi di case, -le dico- tanti modi di dire casa, anche in italiano.

C’è l’appartamento, c’è il monolocale, la villa, l’attico.

Attico?

Una specie di penthouse.

Lila sorride. Come si dice I want?

Voglio, si dice voglio.

Io voglio un penthouse. Io voglio un attico?

Non lo so, lo vuoi?

Annuisce. -Si dice così? Io voglio un attico.

Corretto. Brava. Anche io, – aggiungo.

Cosa?

Un attico.

Ho una mia amica che ne vende uno- annuncia Lila, strappando il velo di impaccio dal suo volto che cerca di mimare la mia lingua. Magari ti interessa.

Magari, Lila, magari. Poi vediamo. Adesso però guarda.

Nota: l’ironia che va insegnata, poco prima o poco dopo il periodo ipotetico dell’irrealtà.

Passo a indicarle le parti della casa, i mobili. Pieces of forniture. I comodini, gli armadi, il tavolo, lo stereo.

Voglio due comodini. È corretto?

È corretto. Ma magari puoi anche dire che ‘ho bisogno’.

Bisogno è need?

Esatto. Tipo per vivere. Una cosa importante. Le cose che vuoi e che non hai non ti impediscono di vivere serenamente, non ti crea problemi se per un po’ le resti a desiderare senza averle. Quando hai bisogno di una cosa invece ne hai bisogno, ti serve proprio.

Voglio un televisore. Nuovo.

Esatto, le dico. Mi volto a guardare quello vecchio e noto con piacere che è più grande dello schermo del vecchio cineclub di Casagiove, in provincia di Caserta, ai tempi della prima del Titanic.

Lo vuoi?

Sì, mi dice Lila, lo voglio.

Ti serve proprio?

No.

Allora magari lo vuoi veramente. E mentre soddisfatta ricavo quanto l’allieva abbia capito la differenza tra volere e avere bisogno mi passano davanti agli occhi tutti i cuscini della casa, e i quadri e il terzo frigorifero e il terzo rubinetto, quello con l’acqua bollente. E i fiori freschi a testa in giù nel bidone scintillante della cucina.

Mi congeda con un rotolo di pound nel palmo della mano, mi dice ciao a domani, scappo a fare i capelli, ed è bellissima e gentile,e non ha più la smorfia sulle labbra serrate, ma sorride e perfino mi dice che poi se davvero mi interessa può mettermi in contatto con la sua amica, quella della penthouse, una vista clamorosa a ridosso di Southbank.

Ok, ci penso, magari, ci penso, ti dico. A giovedì.

 *

Ci sono i verbi della prima coniugazione. Ho pensato che un mucchio di fotocopie mi avrebbero facilmente aiutato a vestire i panni dell’insegnante di lingua. Tutte le insegnanti di lingua portano agli allievi fotocopie provenienti da libri misteriosi. È tutto lì il segreto, immagino. E i tacchi. Il rumore dei tacchi quando si entra in casa o in classe. Io e Lila torniamo a posizionarci in salotto e lei mi dice che non fa nulla che oggi non esce, possiamo stare qualche minuto di più. Noto con sorpresa che ha i capelli sporchi. Resterà a casa, non si sente bene e Gabriele è fuori per lavoro.

Le dico che sarà facile, che sono cose facili, anche se so bene quanto lei detesti la grammatica. Le spingo avanti la fotocopia che porta stampate le colonne di coniugazioni, presente indicativo. Poi cominciamo una lettura.

Sandra e Federico sono fidanzati. Sandra è di Milano, fa la maestra e lavora in una scuola elementare. Federico è di Roma e  lavora in banca. Abitano nella stessa casa ma non passano molto tempo insieme, pranzano fuori e cenano ogni sera. Sono innamorati anche se qualche volta litigano.

 Le chiedo allora di sottolineare i verbi che non conosce ancora:

Sandra e Federico sono fidanzati. Sandra è di Milano, fa la maestra e lavora in una scuola elementare. Federico è di Roma e  lavora in banca. Abitano nella stessa casa ma non passano molto tempo insieme, pranzano fuori e cenano ogni sera. Sono innamorati anche se qualche volta litigano.

Le spiego che hanno in comune il modo in cui si coniugano, eccetera eccetera. Una volta che ha imparato può usare qualsiasi verbo della stessa categoria.

Non a caso nella prima coniugazione ci sono queste cose fondamentali, la grammatica pare fatta apposta, chissà quanto è stato fatto apposta.

Cosa?

Ma guarda, non vedi? Pranzare, cenare. Come fai a vivere senza? Lavorare.

Litigare, dice lei.

Brava- le dico, ma poi mi accorgo che ha pronunciato solo la parola, senza il suo significato, incluso. Ha gli occhi vuoti e chiedono.

Litigare, come discutere, dico in inglese.

Ed è necessario?-domanda lei.

Certe volte sì. Certe volte è necessario, credo. Ne abbiamo bisogno.

Io-ho-bisogno-di- litigare, scandisce. Lentamente, come qualcuno che per la prima volta dopo anni emette un suono. Un risveglio dopo il coma.

A volte sì, Lila, certe volte ne abbiamo bisogno.

Lei sorride e passiamo avanti.

Sono- innamorati. Legge. Che significa?

Significa che they love each other. Come amare.

Capito.

Si passa le mani tra i capelli, poi sul viso. Pensa.

Coniuga il verbo lavorare, un po’ claudicante. Le dico brava, vai bene, quando torna Gabriele potrai intrattenerlo per un paio di minuti almeno. Non servirà parlare oltre, immagino.

Lila mi guarda ancora con quell’espressione vuota e penso di nuovo che non siamo arrivate così avanti, per adesso siamo ferme in equilibrio sopra un senso solo, quando riusciamo a trovarlo.

Voglio o bisogno. Voglio lavorare, dice Lila, appena finito di coniugare il verbo per intero. Un po’ mi annoio. Voglio lavorare, pure se non ne ho bisogno. E a volte sono triste.

E’ la prima volta che mi dice qualcosa di veramente privato. Cala un silenzio imbarazzato che non so gestire.

E amare? Le chiedo, ancora un altro verbo e poi chiudiamo.

Ma lei fraintende.

Voglio o bisogno?

Le dico non fa niente, lo faremo la prossima volta, che sono ormai le otto e già mi vedo alla Piccadilly line ostruita dal rientro.

In realtà non lo so, non è davvero per questo. Non lo so, non lo so davvero. E’ solo che improvvisamente ho troppa voglia di tornare a casa.

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Nel maggio del 1937 sospeso in faccia ad Alcatraz, a gambe aperte sulla San Francisco Bay, veniva inaugurato il Golden Gate Bridge e con lui pure quelle nuvole che sanno di panna e che non abbandonano mai le due estremità del ponte, come fossero calzini spumosi di lana. C’è umido nei dintorni del Golden Gate Bridge, tira sempre un sacco di vento, a qualunque stagione, e anzi si potrebbe dire che tutte le stagioni giocano al giro di chiglia vorticosamente intorno al parco del Presidium. Inverno, primavera, estate, autunno si sfidano in velocità a raggiungere Sausalito e vedere chi riesce a tornare indietro prima.

Pochi mesi dopo l’apertura delle corsie sospese su quello specchio di oceano Harol Wobber decise di farla finita in modo spettacolare. Non solo suicidandosi da uno degli scenari più affascinanti dell’era moderna a contrasto con la natura selvaggia, ma facendolo per primo. Il primo suicida della storia a buttarsi dal Golden Gate Bridge. Sessantacinque miglia orarie prima di un impatto che avrebbe fatto esplodere i suoi organi interni come una bomba. Chissà se se lo sarebbe aspettato. Perché io penso invece che una morte del genere venga scelta soprattutto persuasi dalla prospettiva di un abbraccio possibile fatto di ovatta e panna. Sparire così, inghiottiti dalle nuvole bianche, cumuli di silenzio che mettono a tacere i pensieri. Questo deve aver immaginato il signor Wobber, e con lui tutti gli altri duemilaseicento stanchi della vita che lo hanno seguito fino a oggi.

Foggy_Golden_Gate

Apprendo di recente che hanno deliberato la costruzione di barriere anti-suicidio lungo il passaggio pedonale del ponte. Come se quelle barriere avessero il potere di arginare non solo corpi in caduta libera, ma anche tutta la loro profonda tristezza. Chi vorrà farla finita ci proverà lo stesso, rinunciando allo scenario maestoso dell’ultimo atto, magari accontentandosi di uno sfondo mediocre, un parato ammuffito, pillole sul pavimento, la testa che lievemente si reclina. Il desiderio di porre fine al dolore con un gesto estremo non è nato di certo nel 1937. Piuttosto mi immagino questo signore, il numero duemilaseicentouno. La moglie lo ha mollato, la società è piena di debiti, il figlio non gli parla. Nessuna barriera a impedirgli il salto, però magari proprio mentre sta sul punto di buttarsi arriva questo passante un po’ cartone animato e un po’ clown che attira l’attenzione dell’aspirante suicida. E’ vestito troppo strano per non essere notato, indossa una salopette gialla, ha dei folti baffi neri che sembrano finti. E inizia a parlare e gli chiede -magari- come vanno le cose, che sì, anche a lui potrebbero andare meglio, che però guarda qui che vista da paura.

E poi tornano via insieme, così, per quel miglio e mezzo che li separa dall’altra sponda, a Sausalito, dove comincia la 101. Lui gli passa il telefono, l’uomo buffo, gli dice prendi pure, chiama a casa. Nel frattempo io ti porto dietro a Big Sur, ci facciamo un bagno, ti rinfreschi le idee e vedrai che le cose si aggiustano. A sera mettono su un film dei fratelli Marx e l’uomo buffo dice: vedi? Perfino durante la Guerra la gente riusciva a trovare il tempo di ridere. E tu chi ti credi di essere? Uno speciale? Fosse stato il 1937.

E duemilaseicentouno pensa è vero, hai ragione. E allora diventa solo uno, senza duemilaseicento: l’unico ad aver percorso certi passi, andata e ritorno, senza buttarsi, finendo poi a Big Sur in compagnia di uno strano personaggio, a parlare della vita davanti a un film dei fratelli Marx.

Alla facoltà del Male di Vivere ancora nessun ingegnere ha imparato ancora a progettare le infrastrutture di cui realmente l’uomo ha bisogno.

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Mi piacerebbe essere una di quelle ragazze con gli occhi giganti anche senza trucco. Una di quelle che sanno starsene in un angolo, non dicono nulla, ma in silenzio spostano il ciuffo di capelli che copre loro il viso. Una di quelle ragazze con le dita sottili, che arrotolano una sigaretta di tabacco anche mentre camminano, così, senza guardare (occhi grandi altrove, persi, ma immensi). Quella ragazza non sono, io non sono. Eppure.

Una di quelle sottili e fragili signorine di vetro, con la parola dolce sempre, con un libro francese in tasca e una foto in bianco e nero di qualche poeta degli anni Sessanta sul diario di facebook.

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Ma io non sono quella dei baci furtivi, non quella delle citazioni nascoste dietro una polaroid scattata alle cinque del mattino. Io sono la bottiglia di birra di supermercato comprata- forse rubata- al negozio del pakistano nei pressi di San Paolo, a un certo punto, quando è distratto da una scena madre di un musical made in Bollywood. Sono la corsa per l’ultimo autobus che puntualmente perdi. La pacca sulla spalla, non il gesto sexy, non il sussurro, ma le grida. L’imprecazione gratuita quando qualcosa t’indigna. Con me puoi stare sul divano in pigiama, e forse non morirò di dolore se mi tratterai male. Forse io ti tratterò peggio. O forse semplicemente farò finta di niente, finta di niente, aprirò un’altra birra, ti farò ridere ancora, perché non sono una ragazza con gli occhi giganti, non di quelle fragili e dolci che ricorderai per sempre come l’amore della tua vita. Ma una parentesi graffa, di quelle che apri in superficie. Leziose e non profonde. Le disegni quando parli al telefono, così, senza pensarci troppo. E poi ti accorgi che ti torno in mente. Ma dura un attimo.

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Schermata 03-2456724 alle 13.09.31I blogger li stimo, è un universo che mi piace. A differenza dei giornalisti non devono per forza puntare sulle breaking news per sputare sentenze, ma riescono a ricamare piacevoli chiacchierate anche attorno al nulla. Il semplice gusto della chiacchiera da salotto, ingiustificata, riempitiva, buttata lì nella pura estetica della conversazione (arte difficilissima e spesso sottovalutata) i blogger lo coltivano e lo preservano dalla barbarie del mondo esterno: quello esterno alla cameretta, alle finestre word, al flusso della scrollata wordpress. Il linguaggio dei blogger, quando non sono giornalisti, preserva l’aspetto estetico rispetto a quello informativo, non è funzionale, a volte è inutile e riesce facilmente a veicolare la riflessione verso la sponda dei massimi sistemi. Esercizi di stile, ma non solo. Parlare dei massimi sistemi fa bene, altrimenti ci si dimentica della loro esistenza. In questo credo fermamente.

 Nonostante tale premessa, non raramente capita di incontrare la banalità del male scritta nero su bianco sottoforma di post. Mi è successo stamattina, appena sveglia. Si tratta di un orario pericoloso perché dopo la rassegna stampa quotidiana di quotidiani, mi vorrei concedere un dessert un po’ spumoso, rilassante ma ricco di spunti. Invece certe volte sono costretta a indignarmi per la dozzinale retorica di certe opinioni che vengono sciorinate da signorine che pensano che aprire un blog e parlare d’amore le trasformi automaticamente in Carrie Bradshaw o Hannah Banana. Ciao ragazze, no, non funziona così. Procuratevi un paio di genitori che fanno status, un gatto, un profilo instagram riempito di frasi di filosofi e poi se ne può riparlare.

Schermata 03-2456724 alle 13.05.25Per esempio tu, Brianna Wiest. Bel faccino nascosto sotto sette strati di fondotinta e quindici filtri photoshop. Tu che mi scegli questo topic del Come persone che una volta si sono amate tornano a diventare completi estranei.  Brianna cara, sei stata lasciata di recente. O magari hai lasciato qualcuno di recente. Ora sei single e tutti quei filtri photoshop non possono aiutarti a rimorchiare nella vita reale. Lo so, brutta storia. Dopo una relazione importante, passato il periodo di estasi del Sono-single-per-scelta arriva la fase mi-sento-maledettamente-sola e di-cosa-si-parla-se-non-si-parla-d’amore. Quindi si entra nella spirale che io chiamo Alta Fedeltà, nell’ambito della quale cominci a scorrere la lista dei nomi archiviati come Ex-Files e ti rendi conto che attualmente, a parte quello che ha smesso di puntare alle signorine per fare la signorina,  nessuno di loro è rimasto tuo amico. Perfetti sconosciuti. Nessuna consegna speciale di flirt riscaltato da portare a casa nelle sere più buie. Quindi hai scritto questo post rimpolpandolo di luoghi comuni romantici, che sono il peggior botulino a basso prezzo che puoi trovare per gonfiare le chiacchiere da salotto.

  •  It’s interesting to think about how we make people who used to be everything into nothing again.

 Interessante pensare a come persone che prima per noi erano tutto adesso diventano nulla. Ok, questa è la tesi.

  •  When our lives revolve around someone, they don’t just stop revolving around them even if all that’s left is the grief and pain that comes with their memory.

 Una volta che nella vita ci siamo legati a qualcuno non smettiamo mai di restare legati a quella persona anche solo per il dolore che comporta il ricordo della rottura. 

Patetico.

Questo è darla vinta alle persone che ci hanno fatto del male. Piuttosto, gloriosamente, andrebbe pensata così: siamo reduci, siamo sopravvissuti a una guerra che abbiamo perso, con qualche ferita, ok,  ma guarda che diavolo di addominali pazzeschi mi sono venuti fuori a forza di strisciare sul suolo delle foreste del Vietnam.

  •  I want to believe that you either love someone, in some way, forever, or you never really loved them at all.

 Terribile, questa è la parte peggiore. Una volta che hai amato qualcuno continuerai ad amarlo per sempre.

Ma perché ho trovato questo post sulla mia home di facebook? Perché ho tra i contatti una persona che posta questo genere di cose e suscita pure dei like compiaciuti? No. No. Non fa bene sostenere questo patetismo atroce che condanna la gente al ripiegamento fallimentare su relazioni fallimentari. Io dico una cosa: se una relazione finisce male (si presuppone, se si è tornati a essere estranei) io non amerò mai una persona che mi ha deluso. Dalla delusione non si torna indietro. La stima corrotta riesce a rendere scarsamente sexy anche l’uomo ideale. Quindi no: l’amore non è un contratto a tempo indeterminato, ma un sacco a progetto.

  •  We are all just waiting for another universe to collide with ours, to change what we can’t ourselves. To fill us, to make us whole.

 Aspettiamo solo che un altro universo collida col nostro per renderci completi.

Mio dio. A questa frase ho cancellato il contatto che ha postato questo articolo. Neanche nei biglietti dei Baci Perugina nell’edizione limitata scritta da Federico Moccia si arriva a tale punto di banalità. Frasifattismo. Ma proprio fatto di MdMa.

tc-store La mia personale idea dell’amore forse non farà mai soldi per questo motivo, ma quantomeno preserva la dignità di tutti gli esseri umani: non si tratta di completezza, io non amo qualcuno per sentirmi completa. Per sentirmi completa io studio, mi informo, leggo, lavoro per rendermi una persona migliore. Io amo una persona in modo assolutamente non finalizzato, perché rende meravigliose le mie giornate, perché giustifica i miei gesti, perché li significhi ulteriormente. L’amore potenzia in modo meraviglioso, ma non completa. Chi sostiene il contrario è solo pigro.

Comunque sia mi dispiace per Brianna. Sarei proprio curiosa di conoscerla. Più che altro perché ha scritto un libro che si chiama The Truth about everything con una copertina che mi ricorda la sigla di chiusura di Quando si ama. Vorrei proprio saperla, questa verità. Su tutto.  Elvis è davvero ancora vivo? E l’allunaggio era una bufala girata a Hollywood? Che ne dici dell’Area 51? Ma soprattutto, Dio esiste?

Distinti saluti.

Da oggi farò più attenzione ai contatti che mi metto in casa.

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